lunedì 28 settembre 2015

Vacanza Romana

L'Alfetta bianca parcheggiata, oggi 27 Settembre 2015 in via Mario Fani, proprio a pochi metri dall'incrocio con Via Stresa, dove venne rapito Aldo Moro e trucidata la sua scorta, è come un pugno nello stomaco.



Con un sussulto, l'immagine della stessa auto, piantata contro la 130 nera a sua volta appoggiata alla 128 guidata dal capo delle BR, Mario Moretti, si ripropone in un film, davanti ai miei occhi.

Occhi umidi al pensiero dei corpi di quei poveri uomini della scorta, fulminati senza scampo dalla spietata farneticazione del commando brigatista. 

Trattengo il respiro leggendo la lapide che  ne ricorda i nomi: Oreste Leonardi, Domenico Ricci,  i carabinieri sulla 130, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, i poliziotti sulla Alfetta. 

Mille volte ho letto la ricostruzione di quegli istanti e almeno altrettante ho guardato le immagini dei telegiornali dell'epoca, con un Paolo Frajese costernato che inciampa nei bossoli lasciati a terra dalle raffiche brigatiste. 

Oggi però, per la prima volta qui, posso sfiorare le siepi di quello che allora era un bar ed ora è un ristorante abbandonato. Immaginare quelle belve, travestite da avieri, sbucare fuori all'improvviso approfittando della manovra di blocco del convoglio fortuitamente riuscita alla 128 familiare di Moretti. Posso sentire nell'aria il crepitio delle armi di Gallinari, Maccari e degli altri animali invasati uccidere senza pietà.  Ascoltare le bestemmie che accompagnano i mitra inceppati. Osservare con occhi sgranati i gesti convulsi di Barbara Balzerani, l'unica donna del commando, che, un po' più in là,  ferma il traffico per non intralciare l'operazione.  
E poi ascolto il silenzio che accompagna la morte di quei poveri ragazzi, così soli ed impreparati. Forse pensavano di non rischiare niente ad accompagnare un uomo così  importante e dall'aria buona ed onesta. Li vedo riversi nelle vetture. Cerco il corpo di Iozzino addormentato per sempre, a 25 anni, sull'asfalto. Era riuscito a scendere e a sparare qualche colpo a vuoto, prima di essere freddato da un'arma inceppata e poi ripartita con la bestemmia giusta. 

Riesco a seguire in silenzio  la figura dello statista, ammutolito, ammansito dalla paura e caricato a forza sulla 132 guidata da un Bruno Seghetti che aspetta li di sotto.

Lascio sfilare il mio sguardo dietro al corteo così diverso delle auto brigatiste, con la 132 e le due 128 che si riallineano e spariscono velocemente, come iene ormai  sfamate, dissolvendosi lungo Via Stresa. 
Neppure il rumore di un traffico imoietosi anche di domenica mattina riesce a sbiadire queste immagini nella mia mente.
E nemmeno l'effetto del tempo, che ha rimpicciolito questo posto ammassando auto in ogni dove, riesce a fermare le mie lacrime.  

Finalmente, quasi 40 anni dopo, le lascio libere, dedicate a quei ragazzi che, soli, le meritano e al ricordo di quei momenti vissuti  così intensamente e senza capire bene, allora, da che parte stare. 

Non è stata l'unica emozione di questa domenica romana. 

La visita alle cugine e allo zio di Elisabetta, a Monte Compatri, un paesino nella zona dei Castelli, regala quel senso di sentirsi a casa che, i fotogrammi dell'eccidio aveva un po' attenuato. 




La visita al paesello, le sue case arrampicate  ed i suoi odori così antichi, la figura di Elisabetta che si aggira come in trance, il contatto così famigliare con parenti finora solo immaginati, vanno a ricomporre finalmente un quadretto di ricordi tante volte solo intravisto nei racconti d'infanzia della mia dolce metà.

Un incontro ricco di  emozioni e generosità spontanee che contagiano anche un Luca ormai sempre più consapevole del tornado che si sta abbattendo sulla sua vita. 
E così, come il post sulla trasferta a Padova con l'aspirante matricola di medicina aveva concluso il blog del viaggio americano (www.vedelcalifornia.blogspor.com) queste poche righe chiudono, più che in bellezza, il blog del viaggio australiano accompagnando il calcio di inizio della lunga partita romana di Luca. 

Come avevo promesso, quindi, rispetto la tradizione di chiudere il blog a distanza di tempo e con riflessioni ben lontane dal viaggio stesso anche se profondamente intrise del benessere lasciato, una volta e per sempre, dal suo ricordo. 









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