giovedì 13 agosto 2015

Centomila coccodrilli

Una lunga chiacchierata col tassista che, come mai succede in Italia pronuncia bene il mio cognome cercandomi nella hall del nostro albergo, accompagna il nostro trasbordo in aeroporto.



Quando sente che siamo italiani, si attacca subito alle notizie che arrivano sin qui sugli sbarchi dall'Africa. 

Pur essendo una nazione costruita da immigrati che, seguendo la natura, qui ci sarebbero solo aborigeni, il problema è molto sentito e le protezioni, oltre a quella naturale dell'oceano, sono molto forti. 

Lui si è fatto l'idea che siamo invasi e, pur sapendo in fondo che non è vero, posso capirlo. 

Nella mappa del mondo capovolta, vista secondo gli occhi di un Australiano, l'Italia è grande come la provincia di una loro città ed il Mar Mediterraneo è poco più di una pozzanghera. 

Gli racconto del nostro viaggio e capisco, dalla sua reazione, che il mio rispetto verso Uluru ed il mio assoluto rifiuto di scalarla, non è proprio nei suoi sentimenti. 
Quando accenna agli aborigeni poi, sembra parli di animali. 

Viro cosi  sull'argomento e gli chiedo dei coccodrilli. 
Mi racconta che Darwin ne è impestata e, dopo un programma di ripopolazione di qualche decennio fa, oggi ce ne sono più di centomila. 
Praticamente, dice, dove c'è acqua c'è il coccodrillo. 
E sono grandi e pericolosi. 
Negli ultimi tre anni hanno mangiato 10-11 persone. Tutte imprudenti, precisa, come i bimbi degli aborigeni che vanno a fare il bagno in riva al fiume. 

L'unico posto sicuro vicino all'acqua è la spiaggia che, con la marea due volte al giorno, non è gradita ai rettiloni. 

Mi guardo bene dal dirgli che ieri sera ho gustato con piacere un bel piatto di coccodrillo. Molto più buono del canguro, un po' stopposo, ma sembra pesce. 
Quando parla dei coccodrilli (e dei canguri) come cibo, ne parla come fosse il kitkat, il cibo per animali (forse gli aborigeni di prima...). 

Sarà per questo che, dopo aver mangiato entrambi, canguro e coccodrillo, mi sento un po' aborigeno anch'io...


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