mercoledì 12 agosto 2015

La pelle di Uluru

Questa sera rischio di ingarbugliarmi.



Sono troppe le cose che vorrei scrivere in queste righe, per essere sicuro di non dimenticarle mai.
Però sono così tante le cose successe in questi due giorni, 
che non ho avuto davvero nemmeno il tempo di postare un semplicissimo #valefacciunselfie.

Neanche quello fatto, appena arrivati ad Uluru, dopo una tappa forzata ed imprevista ad Adelaide (aereo rotto...) con lo stesso mezzo che Alberto doveva prendere per tornare a Melbourne.
Un fuori programma che ci ha però permesso di riabbracciarci per pochi istanti e scattare, appunto, un inaspettato (#valefacciun)selfie nell'atrio del piccolissimo aeroporto di Ayers Rock.


Così come non sono riuscito a scrivere, ieri sera, dopo la cavalcata al tramonto verso Kata Tjiuta.

Il gruppo di cupole rossastre e alte più di Uluru, nonostante un incendio dalla parte del sole ne oscuri i raggi, dà origine, al tramonto, ad una processione di sfumature rossastre anche più belle di quelle della sua vicina più famosa.




E nemmeno sono riuscito a scrivere dell'affanno che ti prende quando alzi gli occhi al cielo da una piazzola in mezzo al nulla e ti vedi una Via Lattea che sembra il prologo di un temporale e, nonostante la vista ormai andata, riesci ancora a distinguere il bagliore extragalattico  delle Nubi di Magellano.




Insomma, lo sapevo che il finale sarebbe stato con il botto. Era già successo l'altra volta e confermo che, terminare un viaggio in Australia con la visita ad Uluru, è una abitudine dolce e rassicurante, proprio come un ritorno a casa.

La sua natura di monolite, un unico enorme masso che sporge dalla terra per quasi 400 metri e sprofonda in essa per almeno due volte tanto, trasmette una sensazione da essere vivente che nessun'altra montagna, anche più bella, come possono essere le nostre Dolomiti, riesce a darti.
La sua superficie sembra la pelle corrugata e antica di un enorme essere vivente che riposa tranquillo e addormentato nel suo habitat naturale.







La accarezzo e la abbraccio con dolcezza e con rispetto, come se fosse un animale mansueto e familiare.




Le sue rughe e cavità, ognuna carica di leggende della Tjukurpa - la storia della Creazione secondo gli aborigeni - disegnano profili e somiglianze che ti rapiscono lo sguardo e, senza tanti giri di parole, ti rompono il fiato e fanno piangere.



Insomma, un posto che libera un sentimento di spiritualità naturale, laica e lontana da stereotipi religiosi, anche in un miscredente razionalista come me.

Sarà per questo che danno fastidio, molto più che in altri posti, quei turisti deficienti (come i francesi che ho mandato a cagare ieri sera) che urlano e ridono come se fossero ad una sagra parrocchiale.


P.S.: a "disturbare" la quiete del cielo sopra Uluru, oltre ad un'aquila solitaria, ha fatto la sua comparsa il nostro amico Gedeone, fin qui sottoutilizzato. Nella foto sotto, presa dall'alto, siamo noi e la nostra auto appostati lungo la strada, ma fuori dagli schiamazzi dei francesi, per osservare la linea d'ombra che, fulminea, copre Uluru al tramonto.






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