Di fronte a questa serata, perdono ogni fascino anche gli ultimi 300 km da Barnsdale a Melbourne, sorvolati da nuvole di pappagalli cockatoo (e non krakatoa come ho scritto in un altro post).
Sbiadiscono le praterie dello Stato di Victoria, ricche di piante verdi ogni tanto macchiate dal giallo di alberi che sembrano mimose e contornate, laggiù in fondo, da rilievi con parvenza da montagne.
Così come sfiorisce la visita fugace fatta alla città, nei dintorni di Federation Square, un vecchio scalo ferroviario rimodernato e contornato di costruzioni estrosamente moderne ed affacciate sul grande fiume Yarra.
Infreddoliti ed immersi in un clima da paletot, ci rifacciamo con una pizza nel locale Soho sul River Side (buona, per essere una pizza capovolta) dove i due camerieri italiani, un lui e una lei fidanzati quasi ufficialmente ci raccontano i vantaggi per i giovani di spostarsi a lavorare qui (lui ci mostra tutto orgoglioso sul telefonino l'anello che le regalerà a breve).
Gli zii non li vedevo dal 2004, quando (me lo ricordano loro stessi) li avevo accompagnati in auto da Verona a Milano.
Si ricordano (con terrore) la gimkana ai 150 in autostrada così diversa dalle lunghe cavalcate in solitaria a non più dei 110 che sono qui l'abitudine.
All'epoca erano stati ospiti di una mia mamma ancora in forma.
Oggi loro lo sono ancora, mentre lei, purtroppo non più.
La zia ha preparato un quintale di leccornie. Dagli antipasti ai dolci è uno spettacolo di cena. Salumi, ravioli fatti in casa, quaglie, pollo, agnello, cotechino... Insomma una cena con i fiocchi!
Insieme, loro due, sprizzano un'energia ed una capacità di leggere la vita con disincanto ed ironia che sono le qualità alla base del coraggio che hanno dimostrato, 40 anni fa, nel cambiare radicalmente la loro vita muovendo tutta la famiglia qui.
Li tartasso tutta sera per farmi raccontare ancora una volta la storia di quella scelta.
Frutto, senza dubbio, del carattere forte e combattivo della zia, fresca reduce, allora, da una brutto incontro con una malattia.
Ma anche dell'amore dello zio, pronto a mettere in discussione ogni cosa, anche il benessere e la sicurezza fino allora guadagnati, per seguire quel sogno che poteva durare solo due anni ed invece vive ancora adesso.
E della capacità dei figli, allora bambini o poco più che adolescenti, di adattarsi ad una vita completamente nuova, in una terra ancora da pionieri (la zia mi dice che non c'era quasi niente e tutto puzzava di grasso di pecora).
Le chiedo quale fosse l'emozione provata al primo ritorno in Italia, nel dicembre di 5 o 6 anni dopo e la risposta - come sempre intercalata da un piacevole "anyway" - mi stupisce perché lascia trasparire sì il grande amore per il suo paese, ma al tempo stesso una delusione per un Natale un po' dimesso rispetto ai ricordi e, alla fine, proprio nessuna voglia di cambiare idea.
Oltre ad una cena strepitosa, la zia ha anche preparato un po' di foto da mostrarmi.
I discorsi si soffermano, in particolare, oltre che sui ricordi giovanili con mia madre, anche sul mio bisnonno Enrico, il macchinista ferroviere anarchico (Enrico, sai che il tuo nome viene un po' anche da lì) e su sua moglie Maddalena.
Erano anche i suoi nonni e ne conserva foto e ricordi.
In particolare di Maddalena mi racconta come fosse molto brava a scrivere e comporre musica. Tutti e due, a dire il vero, erano coristi nel coro dell'Arena.
Di lui, oltre che un bravo maestro di musica, si dice anche fosse un imperdonabile donnaiolo.
Conserva con dedizione una tessera ferroviaria intestata è firmata da Enrico Spotti, il mio bisnonno, oltre a varie foto della sua nonna che anch'io, sia pur piccolino, ho impressa nella mente con l'immagine di un incontro nel cortile della sua casa milanese in cui lei mi regalò una palla di plastica verde.
Tra le foto, mi colpisce una (mai vista prima) fatta alla mia mamma e ai suoi fratelli, negli ultimi mesi della guerra, quando ancora erano sfollati sulle montagne veronesi e lei, sia pur bambina, era già mamma di tutti loro.
Un'altra, la ritrae assieme alle cugine e ad una fiamma estiva in mutandoni bianchi di cui nessuno (tranne la zia) ha mai saputo l'esistenza ;)!
Una serata rilassata e per me commovente, all'insegna dei ricordi, con un Rino sempre pronto alla battuta divertente, col suo accento lombardo-emiliano ed una Sara impeccabile in cucina e nel tenere piante e casa.
Ha una serra in cui crescono piante altissime, un orto-fruttetto che offre in questi giorni dei mandarini squisiti ed una casa enorme e piena di gingilli di ogni tipo, dalle bambole alle scarpette di ceramica, tutte ordinate ed in perfetto stato.
Mi viene da stringerla più di una volta per trasmetterle anche tutto l'affetto che la mia mamma mi ha sempre fatto capire di provare per lei e che adesso non può più dimostrarle.
Ci lasciamo con la promessa di rivederci in un'estate che, qui intorno, di posti da vedere ce ne sono a migliaia e noi ora abbiamo così poco tempo che non basta nemmeno ad immaginarli.






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