La vista sulla baia mi ipnotizza.
Un po' seguo la petroliera che attraversa l'orizzonte, laggiù in fondo, un po' il gruppo dei surfisti che galleggiano qui davanti, un po' spero in un "big splash" come quello di ieri, un po' ripiompo nel traffico che è come riflesso e che, per quanto mi sia abituato, non riesco mai ad indovinare da che parte la prossima auto prenderà la rotonda proprio qui sotto.
Sta di fatto che stiamo qui stravaccati su divano sotto la vetrata ad aspettare non so che.
Insomma, proprio una bella "accomodation".
Devo dire che, anche se il tizio gaio spedito qui ieri dal padrone di casa non è riuscito a risolvere il problema del WI-FI (anzi l'ha peggiorato) solo il fatto che sia venuto assieme all'idraulico (che ha sistemato il rubinetto e non costruite improbabili amplessi su questa frase) qualifica questo posto a Bondi Beach tra i migliori in assoluto.
Oggi poi, anche più del solito, temporeggiamo in una colazione lenta, strascinata e variegata, in attesa di raggiungere il Circular Quai, il quartiere degli ormeggi di Sydney, praticamente attaccato alla maestosa Opera House che vogliamo visitare un pochino meglio dell'altro ieri.
Arriviamo al molo col 380, percorrendo tutta la città e risalendo in gran parte il percorso che domenica verrà seguito da 80.000 podisti (un incubo l'ha definito Dale, il tecnico fallito...) che parteciperanno alla City 2 Surf, la corsa podistica (competitiva e non) di 14 km che, partendo dal centro di Sydney, completa il suo tragitto proprio qui sotto al Pavillon di Bondi Beach.
Oggi è una giornata stupenda. Il sole è forte e caldo e, quando sei esposto, si riesce a stare anche in maglietta.
Tentenniamo un pochino nell'atrio del complesso indecisi se buttarci nella visita guidata che è il solo modo per visitare i teatri all'interno.
Il più deciso a farlo è Alberto che, alla fine convince tutti e ci iscrive alla visita guidata delle 13.
L'esordio del tour non è dei migliori, perché una hostess molto decisa nei modi ci schiera contro una parete verde per farci una foto-famiglia (chi è single la fa da solo...) che poi sovrappongono a vari sfondi e impacchettano in un album anche ben fatto, ma che, a fine visita, ci rifiutiamo di comprare (in realtà un po' ci siamo pentiti. La turistata completa avrebbe valso anche i 40 $ del libretto di foto finte...).
Il passo successivo è l'arrivo delle cuffie da giapponese in gita che una signora sulla cinquantina che sembra scappata dalle scene di una commedia, ci impone per seguire le sue gesticolanti spiegazioni al confine tra melodramma e commedia comica.
E' qui che scatta l'hastag #albistaseracelapaghi!
Ci guardiamo l'un con l'altro per vedere se i nostri occhi stanno assumendo la forma a mandorla che le macchinette fotografiche al collo ce l'abbiamo già...
E, invece, l'esperienza è entusiasmante.
Un paio di filmetti, ci spiegano l'origine di questa opera maestosa, diventata nel 2007 patrimonio dell'Unesco.
Tra i mille progetti convenzionali proposti al concorso internazionale indetto negli anni '50, la visione avverinistica di un architetto danese, Horvud, mai stato a Sydney, venne ripescata e divenne il progetto ufficiale.
All'inizio sembrò un'impresa fattibile in 3 anni con una spesa di 7 milioni di dollari.
Poi, la differenza tra l'idea geniale, ma un po' astratta dell'architetto e la realtà, molto più prosaica e concreta dell'ingegnere, portò i lavori a durare 16 anni e il costo a lievitare a più di 100 milioni di dollari di allora (che equivalgono a quasi un miliardo di oggi).
Le difficoltà di costruire e sostenere delle forme così ardite, furono superate forgiando il cemento in forme insolite che si possono bene osservare dall'interno e che sbalordiscono per l'ingegnosa e rigorosa stranezza.
I teatri, ne abbiamo visto i tre maggiori, sono poi un capolavoro di prospettive. Da ogni punto puoi vederne ogni altro anche se di fronte ed a fianco hai seduto il gigante col testone di Henry Potter.
Insomma, bravo Alberto che hai insistito ( e un pochino, bravo anch'io che ho trascinato gli altri in questa assolutamente meritevole turistata).
Il resto della giornata ci proietta a Manly Beach, la seconda spiaggia più famosa di Sydney. Si dice che sia più frequentata da locali e quindi un po' più vera.
In realtà, il suo The Corso, la via principale piena di negozi di Billabong e simili, attira un sacco di turisti che Bondi Beach, al confronto, sembra deserta.
A cavallo delle onde affacciate sulla sua lunga spiaggia, il solito nugolo di surfisti offre a Luca il pretesto per rimpiangere un'ultima surfata che però viene ben presto dimenticata in favore di un paio di scarpe e di una felpa nuove.Quando ci ritroviamo con Alberto che aveva deciso per un meno mondano giro in città a caccia però di mondanissimi souvenirs, il richiamo di una casa così bella come la nostra sconfigge 107 a 43 (il punteggio indecoroso della partita di football australiano vista ieri alla tv tra i Brisbane Lions e qualcun altro)l'originario piano di cenare fuori in uno dei tanti posti lungo il molo con vista Opera House.
E così, riportati a casa dal solito 380, facciamo una veloce spesa e consumiamo (con un veloce e positivissimo bilancio) l'ultima cena tutti assieme.
Domani ci separiamo.
Noi quattro prendiamo la strada sulla costa verso Melbourne.
Alberto si ferma ancora un giorno qui ( al tempo delle prenotazioni avevo sbagliato qualcosa) per poi rimbalzare a Melbourne verso Uluru che lui vuole tornare a Verona qualche giorno prima.













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