venerdì 31 luglio 2015

L'approdo a Brisbane

Prima di partire da Hervey Bay (la mattina del 30 luglio cioè ieri che oggi 31 per chi legge in Italia è già domani per me che son qui) passiamo a prendere Luca a casa dei gemelli. Lui ha dormito lì e così posso salutare un'ultima volta Roxy, la femmina di rotweiler degli Eekelschot. 




Nonostante entri in casa in modo clandestino, Roxy con me è più docile di un agnellino. Luca dice che è aggressiva solo con le persone di colore (che qui non sono molte) e con i serpenti (che invece sono più numerosi).


La colazione con black coffee e eggs benedict da Enzo's in riva al mare , nella luce di una giornata meravigliosa, cancella del tutto l'esperienza negativa del Mantra Hotel di Hervey Bay.
Per la verità, una cosa sopportabile, ma, per quel che paghi, hai diritto di avere avere il massimo delle attenzioni e non il pressappochismo maleducato di questo fucked hotel che subirà  un vero e proprio spam di spietate stroncature.


Per riprendere la A1, passiamo attraverso Marybourough la città che Elisabetta ha confuso l'altro ieri con Marlbourough, il villaggio di Ronda.

Qui le case coloniali ci sono davvero. Con il loro nobile aspetto ingentiliscono un pochino un paesaggio per il resto non molto diverso dalle altre città attraversate: larghe distese di case basse con giardino, ordinate in grandi isolati interrotti ogni tanto solo da grandi centri commerciali e distributori agli incroci.

La highway riprende presto la sua discesa verso sud, fiancheggiata da distese di vegetazione già più verde di quella lasciata alle nostre spalle. 
All'orizzonte spesso si stagliano rilievi non troppo alti e appuntiti, ricoperti da una fitta boscaglia di conifere ed eucalipti. Sembrano la punta di antiche montagne sprofondate pigramente verso la pianura nel corso dei milioni di anni in cui nessuno le ha disturbate.

La sosta a Noosa, un paesino molto trendy, su una baia sabbiosa a nord della Sunshine Coast, immerso nei resti di una foresta pluviale abitata da koala (che non si fanno vedere manco stavolta) è sostanzialmente un tributo ad Enrico. 
Sistemiamo infatti il pullman nello stesso parco di due anni fa e ci predisponiamo a cacciare le stesse onde di allora stendendoci sulla spiaggia nell'inutile tentativo di lottare contro la marea che sale veloce.

I due giovani si fiondano in paese, come allora, ad affittare una tavola da surf e delle mute.




Il tizio delle tavole, il tipico australiano quarantenne e freakettone, è sposato con una gelosissima italiana e sconsiglia ai due cavalieri delle onde di trasferirsi (cosa che faremo domani) a Byron Bay. Troppi squali è troppo freddo rispetto a Noosa...

E' un consiglio un po' troppo interessato per essere ascoltato, anche se è vero che qui si sta proprio bene.

Nella baia, un manipolo di surfers con la muta sta bordeggiando verso riva tagliando quasi parallelamente alla costa la sequenza di onde non troppo alte che increspano l'oceano nell'insenatura.

I due ascari provano ad imitare i più esperti ragazzi del posto.

Luca, che si atteggia a veterano, riesce a fare qualche tratto in piedi e poi cede la tavola ad Alberto, sbracciandosi inutilmente  per indicargli l'onda giusta.

Alla fine, dopo un paio d'ore di tentativi ci consoliamo con un gelato (davvero buono) nella via principale di Noosa ripartendo, dopo esserci gustati anche un bel tramonto,  un po' più caldi e "abbrustoliti" di quando siamo arrivati.



L'approdo a Brisbane, in mezzo al traffico metropolitano, fila liscio e senza patemi.

Il nostro appartamento, al 26-mo piano del Mantra Midtown, sembra promettere molto meglio di quello nel "cugino" di Hervey Bay e ci mette di buon umore prima dell'uscita verso il South Bank, la zona dove vorrei portare a mangiare la truppa.



Si tratta di un altro tributo alla visita della volta scorsa, ma, la bellissima zona ricca di elementi architetturali strani e pregiati che  è ciò che rimane dell' Expo del 1988 è occupata da un Noddle festival, una specie di sagra con stand di cibo asiatico. 
La cosa mi disorienta e quindi non riesco a ritrovare la steak house dove avevo mangiato con Enrico. 




Ripieghiamo quindi sul consiglio di Google map e ci infiliamo in una specie di Mac Donald (Grill'd) dove riusciamo a strafogarci di porcherie  incluse le suit fried potatoes (patate rosse dolci fritte).

Sazi e satolli, ma non esausti i due ragazzi si concedono il giro sul fiume sul battello che qui funge da metropolitana e per di più è anche gratuito...




giovedì 30 luglio 2015

Ritorno alle origini

Faccio fatica a districarmi nel groviglio di emozioni che mi avvolge in questo, di solito improbabile, ritorno in un posto così lontano.
Fin da quando ho iniziato ad organizzare la vacanza sapevo che oggi, ad Hervey Bay, sarebbe stato il vero snodo di questo viaggio.
Si perché, il ritrovarmi qui, due anni dopo, in questo posto dall’altra parte del mondo a rivedere i luoghi dove Luca ha spiccato il volo ed Enrico in un certo senso pure, tocca corde di emozioni profonde e difficili da spiegare.

In primo luogo perché mi manca Enrico.
Mancano i suoi occhi accesi e la sua esuberanza strabordante.
Pensarlo ora in ufficio a lavorare come una persona seria ed impegnata mi riempie di orgoglio, ma anche un po’ di malinconia.

Poi, perché vedere Luca ormai grande nei luoghi dove l’ho visto completare il suo cambiamento più profondo e alla vigilia di un cambiamento ancor più grande, è come sigillare il suo passaggio all’età adulta in maniera definitiva.

Non si può più tornare indietro, è da qui che parte il volo definitivo.

Infine, perché mi piace condividere con Elisabetta e Valentina i colori e le sfumature invernali di un bagiiore estivo che han sentito mille volte raccontato.

E, a proposito di colori invernali, la luce in questa stagione è, se possibile, ancor più chiara e netta di quella estiva. Taglia le forme come un rasoio, si riflette nelle foglie degli alberi e ti abbaglia come neve. 
Se non fosse per l'aria che a volte è un po' tiepidina, non diresti proprio che è inverno.




Vabbè, dopo tutto sto pistolotto, due parole sulla giornata.

Intanto ci siamo divisi in tre gruppi: Luca a rivivere una giornata locale con la visita ai gemelli che lo hanno ospitato e ai professori della sua scuola. 
Alberto ha scelto invece la caracollante escursione su Fraser Island. Una giornata sballottati sulle piste di sabbia di questa immensa ed unica isola di sola sabbia. 100 km paralleli alla costa proteggono la baia di Hervey Bay dagli squali. Il suo interno è ricoperto da una foresta pluviale ancora primordiale e popolato da animali selvaggi tra cui dingo, iguana e serpenti.
Elisabetta, Valentina ed io, l’abbiamo costeggiata in lunga parte a bordo dello Spirit of Hervey Bay, un velocissimo catamarano a motore che accompagna i turisti un po' boccaloni come noi, alla ricerca delle balene che stazionano nella baia per riprodursi dalla fine di luglio alla fine di ottobre.

La ricerca è senza fortuna per buona parte della mattinata, ma poi, quando lo scoramento inizia a serpeggiare, finalmente le avvistiamo.
A dire il vero, la prima balena che vediamo passa proprio davanti ad una barca che staziona a qualche centinaio di metri da noi. E’ un po’ più piccola della nostra, ma certamente più fortunata. La balena si immerge mostrando tutta la sua coda.

Poi, il capitano inizia delle manovre di inseguimento che producono il suo frutto. 
Una dopo l’altra ne vediamo diverse anche noi.
Alcune vicine, altre meno. 

Una si immerge senza sbuffi, comparendo improvvisamente proprio nel mezzo della scia che il sole disegna sull’oceano.


Un’altra decide invece di sbuffare proprio sotto la nostra prua e di mostrarci la sua enorme lunghezza che copre tutto il campo visivo del mio teleobiettivo.





Poi compaiono i delfini, giocosi e casinisti.
Forse si aspettavano del cibo, o forse sono abituati a esibirsi gratis. Di certo sono uno spettacolo.

Al ritorno verso la baia, la costa sabbiosa e bianca di Fraser Island, deserta ed illuminata da un sole radente sembra ancor più lunga e bella.



Un salto veloce al caratteristico e lunghissimo molo eretto nell'800 per caricare sulle navi il legname ricavato dalle foreste interne a salutare i miei amici pellicani e a fotografare il tramonto è d’obbligo, così come una veloce scappata dall’altra parte dell’esplanade, da Enzo’s, dove Luca passava lunghi e caldi pomeriggi di non studio in quel durissimo (scolasticamente parlando) semestre passato qui.






La serata si conclude ancora in configurazione separata. I ragazzi mangiano fuori con gli amici di Hervey Bay, noi tre invece al Café Balena, proprio sotto il nostro albergo. 
Barramundi (una specie di pesce bianco) affogato in un mare di salsa e verdure. 
La nota positiva è la gentilezza del cameriere (gay, lo stesso di due anni fa) che ci trova subito il tavolo e ci riempie di attenzioni (senza preferenze, per la verità…).

Domani sarà una tappa di trasferimento verso Brisbane, circa 300 km con una sosta a Noosa, vicino alla Sunshine Coast, dove i maschi atletici (quelli giovani insomma) vogliono ripetere le imprese di due grandi surfisti che un paio d’anni fa dominarono quelle onde con maestria e coraggio memorabili.

  

mercoledì 29 luglio 2015

900 km di Ronda

Il paesaggio scorre veloce ai lati della Bruce Highway. Siamo sempre su un pezzo della A1, la lunghissima autostrada (si fa per dire) che circumnaviga il continente.

La colazione all’americana, sul balcone vista oceano, è un momento di riflessione sulla giornata e l’occasione per cantare “tanti auguri” ad Elisabetta che compie oggi gli anni.

Come regalo le abbiamo preparato un bel tappone di trasferimento.

Dobbiamo decidere se spezzare il viaggio fino ad Hervey Bay in due trance (in tutto sono 900 km), o provare a farlo tutto d’un fiato per avere a disposizione domani la giornata intera.

Alla fine, mentre gli altri sono affaccendati a ricomporre le valige schizzate via al nostro arrivo, decido io che sono quello che guida per una sola tappa e prenoto due stanze al Mantra Hotel, lo stesso che avremo anche domani sera.

Nella prenotazione specifico bene “late arrival”, ben sapendo che arriveremo tardi.

Novecento chilometri di autostrada australiana non sono infatti come uguale distanza su un’autostrada italiana.
Non si paga, ma si attraversano (lentamente) città, paesi, villaggi. Ci sono semafori, rotonde e, soprattutto nel primo tratto, tanti lavori in corso con sensi unici alternati.

La gran parte del tragitto, per fortuna,  corre attraverso lande abitate solo da wallabies e canguri e si riesce quindi a fare i 100 all’ora sfrecciando molto spesso paralleli a tratti ferroviari, non elettrificati e a scartamento ridotto.



Nel primo tratto il paesaggio è mosso e ricoperto di vegetazione fitta e verde, poi si spiana e si trasforma in una sorta di savana,  gialla e secca, nonostante la stagione e popolata, qua è là,  da alberi strani e solitari. Sembrano quasi dei baobab.
Nel pullman i ragazzi sono crollati, E’ una fortuna perché altrimenti sarebbero iniziate interminabili richieste di "piss stop” così, invece, ne approfitto per spararmi i primi 400 km senza sosta.

Poi, una volta svegli, mentre attraversiamo un bosco di koala, pardon, di eucalipti popolati da koala (l’illusione di vederli ci colpisce qualche volta, ma in realtà sono solo grossi nidi di termite che, oltre che sul tronvo, a volte si arrampicano su in alto e danno l’impressione di essere una palla di pelo stiracchiata sulle fronde) decidiamo di fermarci alla prossima cittadina.

Elisabetta, con la guida in mano, ci conferma la bontà della nostra scelta. Una città “antica” e piena di case coloniali.

La strada per arrivarci, una traversa della A1, è però poco più di una mulattiera.
Arrivati nel centro abitato, abbiamo l’impressione che non si tratti di una gran città. E di case coloniali, soprattutto, nemmeno l’ombra.

Marlbourogh, così si chiama questo posto, non ha infatti niente a che vedere con Maryborough che si trova vicino ad Hervey Bay e, in effetti, è un’altra cosa.

Approfittiamo dei bagni pubblici che servono anche ad una specie di area sosta per le roulotte dei pensionati.
Qui è infatti molto di moda, una volta in pensione, acquistare una roulotte e girarsi il continente, spendendo il meno possibile e sfruttando al meglio le comodità offerte da questa civiltà.

A spiegarcelo è Ronda.
Gestisce l’unico negozio di questo paesino di 60 (sessanta) anime, una specie di emporio che vende dalla ferramenta agli hamburger.
Alberto si lancia subito in un curioso ed interessato scambio di idee con lei.
Assieme a Luca le raccontano delle esperienze da exchange students e lei rilancia spiegando che sta ospitando per nove settimane proprio una ragazza italiana, di Milano (chissà di dov’è veramente).

Ronda avrà sui quarant’anni, ma il suo peso, decisamente “sovra" e i suoi capelli corti, ma grigi, la fanno sembrare un po’ più vecchia.
Ci prepara con amore tre hamburger alti un metro, rimproverandoci scherzosamente quando rifiutiamo di aggiungere alla pila di ingredienti anche una fetta di rapa rossa.

Sbafiamo tutto in un lampo, anche le patatine che ha fritto solo per noi.
In fin dei conti, siamo una botta di vita per questo posto, abituato ai grey men (i pensionati) che Ronda descrive, a gesti, come noiosi e soprattutto, restii a spendere dei soldi.

A tarda sera, converremo che, la sosta da Ronda, è stata la cosa più bella della giornata.

Anche più dei canguri vivi, avvistati qua è là e delle disavventure con il wifi del Mac Donald i Rockhampton. L’avevamo cercato apposta per prenotare il whale watching di domani, ma non funzionava ed abbiam dovuto fare tutto al telefono.
Ma soprattutto della disavventura all’arrivo all’hotel Mantra.
Dove, per farla breve la reception al nostro arrivo (10 di sera) era chiusa. Non c’erano le nostre chiavi disponibili. Ci ha aperto la camera un addetto alla sicurezza con un passpartout e il letto aggiunto non era neanche preparato.

Non mancherò di scrivere una bella lettera di reclamo e, se non avrò risposta in un paio di giorni, sarò spietato sui siti di recensioni alberghiere.

P.S.: sono indietro con la scrittura. Per di più, oggi è stata una giornata formidabile di caccia alle balene. Ma sono stanco e non ho più voglia di scrivere. Vi regalo sono una delle foto fatte oggi (è un delfino visto da un metro di distanza. Si è avvicinato assieme a tre amici, a giocare con la chiglia della barca. Le balene le tengo per domani).






lunedì 27 luglio 2015

La balena corallina

Svegliarsi alle 5, mentre sei in vacanza, può avere poche buone spiegazioni.

Nel mio caso, la prima è che ieri siamo svenuti alle 21.
La seconda che, la finestra lasciata aperta sull’oceano, lascia filtrare le luci provenienti dagli alberi delle barche ormeggiate qui di fronte.
La terza è che, immaginando una stellata strepitosa, mi alzo incuriosito per vedere se Orione è ancora a testa in giù.

In effetti, il cacciatore sta dormendo proprio sulla baia con le gambe all’aria e lo splendore fiammeggiante della nebulosa sulla sua spada ben in vista.
Ne approfitto per fargli un ritratto un po’ sbiadito a causa della mancanza del cavalletto.





Alle 6 la sveglia è anche per gli altri, dal momento che ci aspetta una colazione all’americana prima del viaggio verso la Great Coral Reef, la barriera corallina più grande del mondo, a due ore e mezzo di barca da qui.

Alle 8 puntuali partiamo assieme a un nutrito e variegato gruppo di turisti.
Dal pensionato panzone alla solita inglesina, pallidissima, solitaria e col cappello di paglia,  il campionario di umanità è completo.

Il passaggio a raccogliere i turisti di Hamilton Island, ci consente di ammirare il contrasto tra le costruzioni basse e perfettamente mimetizzate con la collina e due obbrobri di cemento con la pretesa da grattacielo e la adeguatezza di un uomo in frac ad una festa di aborigeni.
Negli alberi attorno al molo giocano festosi decine di pappagalli cracatoa dalla cresta gialla che sovente si spingono a rubare il cibo dai tavolini dei bar affacciati sul porto.

L’arrivo alla barriera corallina offre alla vista uno spettro di colori mozzafiato. Nei momenti in cui il sole fa capolino dalle nubi sparse che a tratti offuscano la giornata, la gradazione dei colori dal bianco al blu più  profondo, passando dal verde e dal turchese, ha un effetto cartolina difficile da dimenticare.

I due maschiacci si immergono subito con le bombole, mentre io e la Vale ci accontentiamo di uno snorkeling più casareccio e, soprattutto, un po’ affollato.

Sotto acqua lo spettacolo da acquario è impressionante. Soprattutto, affascinano i coralli. Tantissimi e, a volte, colorati di un viola o un turchese che sembrano fluorescenti.
Avvistiamo vari tipi di pesci multicolore, di ogni dimensione e forma. 
Due cernie giganti ci volteggiano vicino e un barracuda luccicante e minaccioso ci osserva dal fondale.

La giornata non è caldissima, ma in acqua si sta bene.

Nel pomeriggio facciamo anche la turistata dell’escursione con la barca osservatorio (ti siedi davanti ad un vetro immerso che ti permette di vedere i fondali come se stessi facendo snorkeling. Una cosa adatta ai pensionati, insomma).
Nonostante questo difetto all’origine, con Alberto conveniamo che ne è valsa la pena. Siamo anche riusciti a vedere una tartaruga ed uno squalo!

Al ritorno però l’emozione sale a mille quando iniziamo ad avvistare gli sbuffi delle orche e delle balene. Prima uno, poi due, poi un continuo. Quasi sempre in lontananza, ma sufficientemente vicini per scorgerne la coda.
In un paio di casi, incrociamo delle balene stuntman che ci regalano salti acrobatici e ricchi di spruzzi.




Questa sera cena in casa a base di prodotti locali. Zuppa di pomodoro locale  e costicine di agnello australiano. Insalata con avocado e guacamole. I ragazzi (e non solo) apprezzano e poi spariscono rapidamente attratti dalla forza del wifi che qui in casa non prende bene.

Domani, lunga tappa di trasferimento verso la casa di Luca. Hervey Bay, il posto dove un paio di anni fa ha vissuto una stagione gloriosa della sua adolescenza.

P.S.: questa sera (ora sono le 0.30) son troppo stanco per fare bene. Volevo solo segnarmi un po' di cose, ma domani metto a posto.

Penthouse

Alle 2 e due minuti i ragazzi fuggono dal tavolo al ristorante vista oceano dove abbiamo abbondantemente pareggiato il conto della notte di albergo risparmiata dormendo in pullman.




Hanno fretta di vedere la camera che ci aspetta in questo paradiso, mentre noi due siamo ancora impegnati con un piatto di pesce stile americano (buono, ma pieno di pastella e salse dappertutto, mannaggia a loro).




Un caffé e ci incamminiamo. Incontriamo Luca che ci viene incontro con lo sguardo un po’ deluso.

Chiedo cosa succede e lui, , abbassando gli occhi e quasi sussurrando fa : 
“la camera, papà…”.

“Cos’ha?”, chiedo io. 

“Un po’ spartana…” replica lui, con un’espressione seriamente delusa.

“Ma come?”

dico io che ricordo, sì, di non averla pagata un capitale (sempre molto meno di una singola a Milano in periodo di basa stagione, considerando il numero delle persone), ma  anche che avevo specificato “Ocean View” nella prenotazione su Booking.com.

“Non si vede l’oceano?” chiedo preoccupato e Luca che di rimando mi dice: “bah, non ci ho fatto caso, ma non mi sembra”.

A quel punto, Elisabetta, distrutta dalla notte passata in bianco ed al limite della sopportazione, si infila nel discorso con una domanda che trasuda ansia: “ma ci sono due bagni???”.

“No!”, risponde deciso Luca.

La disperazione più profonda inizia ad insinuarsi nel morale di entrambi, seriamente provati dalla zingarata notturna, quando, arrivati alla stanza Penthouse, la nostra,  capiamo che è tutto uno scherzo,

L’appartamento, perché di questo si tratta, ha un soggiorno enorme con due vetrate vista oceano, una camera matrimoniale stile yacht anche questa affacciata sul mare e una vasca tonda da idromassaggio sul terrazzo che fa angolo con uno splendido tavolo da pranzo.

La camera dei ragazzi, sempre stile yacht,  ha due letti separati con un bagno dedicato (Elisabetta si rianima…) e poi c’è una cucina e, addirittura, una lavanderia con lavatrice ed asciugatrice. La cucina e la loro camera dà su un giardino tropicale con le noci di cocco a portata di mano.

Tutto ciò, in un posto magnifico, per poco più di 50 euro a testa.  
Non è poco, certo, ma è molto meno di quanto paghi per una mezza pensione in Alto Adige che, è vero che mangi la sera, ma quando va bene hai una stanza da letto con un bagno piccolissimo. 
E soprattutto, non è molto di più di quanto avremmo pagato in posti molto meno belli visti sempre su Booking.com.

Il pomeriggio vola veloce tra la sistemazione nella reggia ed una spesa coi ragazzi al Woolworth nel centro di Airlie Beach con tanto di inchino di Luca davanti allo scaffale delle olive.



Il supermercato ricorda da vicino quelli americani dell’anno scorso, da San Francisco in poi. La frutta e la verdura disposte con precisione maniacale, niente vino, cassieri che ti fanno il sacchetto con un meccanismo girevole. 
Compriamo anche un frigo portatile. Il tentativo di risparmiare qualcosa facendoci da mangiare in casa richiede un minimo di organizzazione nei trasferimenti.
Il problema è che qui non vendono i siberini ( o come si chiamano quelle mattonelle blu che congeli e le usi poi per tenere poi al fresco i cibi nel contenitore portatile).

Alla sera è d’obbligo la pasta.
I ragazzi pretendono un’amatriciana. 
La preparo con gli spaghettoni Barilla (n. 7) che, secondo me, sono diversi, per consistenza e spessore, rispetto a quelli italiani, ma non viene neanche male e sparisce velocemente dalla nostra bella tavola imbandita nel terrazzo sul bordo dell’oceano.

Domani ci aspetta la crociera verso la Great Coral Reef e quindi, senza alcuna esitazione, ci catapultiamo tutti a letto svenendo istantaneamente dalla stanchezza (solo Alberto, addicted to wifi,  si attarda un pochino giù dove il campo è più forte).




sabato 25 luglio 2015

Zingarata di lusso

Il risveglio a Darwin è accompagnato da una splendida giornata di sole.
Nella suite dei ragazzi, le valigie esplose la sera prima ricoprono praticamente tutto l'ampio soggiorno dove Valentina dorme accasciata sul rollaway aggiunto per il terzo ospite.
I due maschiacci invece, sono ancora svenuti sul lettone matrimoniale della camera. La suite, che costa meno di una singola a Milano in bassa stagione, si affaccia sul Bicentennial Park che separa l'esplanade dalla riva di sabbia e sassi.

Mentre Luca e Alberto vanno a gonfiarsi i muscoli nella palestra dell'altro Mantra Hotel, Elisabetta ed io ne approfittiamo per una passeggiata nel parco fino al belvedere che dà sul porto militare, obiettivo giapponese nel '42 che, mentre lo guardiamo, lascia partire una grigia portaerei.

Oggi, invece, i militari giapponesi vengono qui in missioni di pace. Ne abbiamo visto arrivare un plotoncino su due camionette con la scritta esercito giapponese ieri nell'albergo qui vicino. Stamattina stanno facendo una corsetta proprio qui nel parco. Sembra di sentire la musichetta dell'Ufficiale Gentiluomo (la Vale dice invece Era Glaciale).

Gli aborigeni che ieri sera vagavano qui intorno,  stanno ora seduti ad un tavolo e bevono birra di prima mattina. Non hanno un aspetto pericoloso. Parlano inglese tra di loro e ridono sguaiatamente. In sottofondo una delle loro musiche lamentose che ricordano nenie africane. Vestiti in stile Caritas, trascinano la loro esistenza al confine tra l'accattonaggio e una ribellione silenziosa e non violenta fatta dal rifiuto del contatto con il resto del mondo. Pure incuriosito dalle loro vite, non saprei come approcciarli. Ci riesce invece una giovane backpacker che sta scambiando con loro alcune parole. Di nuovo. la sensazione è che ci sia un muro invisibile tra i due mondi, anche i gesti e le smorfie del loro stentato dialogo sembrano provenire da pianeti diversi.


Alle 13.25 abbiamo il volo verso Cairns. Chiuse le valigie bivacchiamo nella hall aspettando la navetta che ho prenotato, seguendo il consiglio della receptionist, per le 11.40.
Essendo un volo domestico dovrebbe bastare essere in aeroporto un'ora prima. Un po' diffidente, perché addicted to contingencies (schiavo del bisogno di arrivare sempre in anticipo), decido alla fine di lasciarmi andare ai ritmi tropicali ed accetto la proposta.

Ovviamente pago questa rilassatezza con un miliardo di siracche quando la navetta, arrivata già con dieci minuti di ritardo, perde un'altra buona mezzora in uno sbuffante girotondo tra un hotel e l'altro per raccogliere altri turisti. Arriviamo in aeroporto giusti in tempo prima della chiusura del check-in graziati solo dal fatto che la coda al banco JetStar è molto meno fitta di quella degli altri banchi. 

Il volo dura 2 ore e mezza e bordeggia la costa nord che, verso Cairns si fa corrugata e montagnosa. I ragazzi ne approfittano per dormire accasciati uno sull'atro, sono così belli da vedere che mi strappano una foto.




Ritirata la macchina o, meglio, il pullman (un KIA Carnival 8 posti, 6 cilindri benzina, gommato da neve..., un po' spartano, ma velocissimo) iniziamo subito il nostro viaggio verso sud.

Questa sera non abbiamo un albergo prenotato. Purtroppo non abbiamo tempo per fermarci a Cairns. La sosta qui avrebbe comportato altre rinuncie e, il compromesso che ho ideato è stato quello di pianificare la prossima tappa ad Airlie Beach, cittadina di fronte alle Whitsunday Islands, nella Great Coral Reef (la Grande Barriera Corallina, 2000 km di coralli, il più esteso organismo vivente del nostro pianeta). 
L'intenzione è quella di spezzare in due il viaggio ed arrivare a Townsville, una cittadina giusto a metà dei 620 chilometri che ci separano dalla meta, anche se, tra me e me, penso che se ne avrò voglia cercherò di arrivare anche più giù. 

Il traffico di Cairns si dipana subito in un solitario bordeggio contromano nel buio di una notte schiarita da una mezza Luna rovesciata e come ruotata rispetto a quella che siamo abituati a vedere noi. La sua parte illuminata che segue il sole già tramontato nel suo tragitto all'incontrario, disegna un semicerchio con il bordo dritto perfettamente parallelo all'orizzonte come  mai riusciamo a vedere alle nostre latitudini.

Dopo qualche tentativo fallito, imbocchiamo la A1, la più lunga highway del mondo. Circumnaviga praticamente tutto il continente australiano. Con i suoi 14500 km supera in lunghezza anche la Transiberiana. Rispetto a questa ha poi anche il vantaggio di attraversare zone più calde ed ospitali.

Il paesaggio intorno è dominato da rilievi bassi ed appuntiti e da vaste piantagioni di canna da zucchero. 
Ben presto siamo gli unici sulla strada. Soprattutto in direzione sud non viaggia nessuno. Il traffico nella direzione opposta è più intenso. Soprattutto grandi truck americani, a volte con due rimorchi ci incrociano sfareggiando. E, siccome la Highway A1 in prevalenza altro non è che una normalissima strada ad una corsia per senso di marcia, questa storia degli incroci accompagnati da sfareggio di abbaglianti diventa uno dei due tormentoni della serata.
Decido allora di attivare la check list dell'astronauta per provare a decifrarlo. 

Controllo abbaglianti. Negativo.
Controllo altezza anabbaglianti. Negativo (anche perché non sono regolabili. Avevo detto che il pullman è un po' spartano).
Controllo fendinebbia. Ininfluente (nel senso che, che siano accesi o no, con cadenza casuale il veicolo che incrociamo, sia esso un truck o un pick up, ci saluta lampeggiando).
Siracca. In mancanza di un controllo specifico, aiuta a stemperare la tensione. 

Ipotesi sul campo al momento: 

  1. il pullmann ha dei fari alogeni regolati male (che in realtà neanche fanno tanto chiaro)e gli australiani sono permalosi e ci mandano a quel paese.
  2. gli australiani sono gioviali e si salutano sempre in questo modo quando si incrociano sulla pista più lunga del mondo.
  3. una pattuglia della polizia ci aspetta lì davanti (ma quanto cavolo di pattuglie ci sono, che poi non ne abbiamo visto neanche una e, in ogni caso, siamo gli unici su questa autostrada a rispettare i limiti: massimo 100 all'ora, spesso 80, a volte 60).
  4. stiamo viaggiando sulla corsia sbagliata. Impossibile visto che stanno tutti dall'altra parte quando lampeggiano.
Stiamo per fare una quinta ipotesi, quando scorgiamo il cadavere di un canguro sul ciglio della strada.
Poi, poche centinaia di metri più avanti, con la coda dell'occhio, scorgo un wallaby (una specie di marsupiale simile, ma più piccola di un canguro) saltellare nella fascia erbosa che costeggia la striscia di asfalto.

Da lì in poi, l'avvistamento diventa un continuo. Il terrore di investirne uno inizia a serpeggiare nella mia mente. Non avevo mai viaggiato così a lungo di notte l'altra volta qui in Australia. Vuoi vedere che la quinta  ipotesi è che gli australiani ti sfareggiano quando avvistano i canguri sul bordo della tua strada?
Quasi quasi chiedo a mio cugino Marco che ci aspetta al fresco di Melbourne e vi so dire...

Mentre i ragazzi crollano esausti, Elisabetta si posiziona a mo' di vedetta e io "tiro" gli occhi che, pur senza occhiali, mi sembra di
aver ritrovato la vista di un falco.
Abbiamo perso il conto di quanti ne abbiamo visti. Due, di sicuro, erano canguri alti e grossi quasi come un uomo. Gli altri erano wallaby, più piccoli. Spesso saltellanti, a volte fermi sul ciglio ti guardano sfrecciare ridendo del tuo terrore che facciano la scelta sbagliata.

Nonostante la tensione del videogame "colpi di fari e salti di canguro", la stanchezza non riesce a superare la mia voglia (non ancora dichiarata) di arrivare fino in fondo.

Cosa che invece alla fine ci riesce, anche se il patto è che, arrivando troppo tardi, ci dovremo accontentare di dormire in pullmann. 
Per quanto spazioso, non sarà certo come dormire in un letto vero.

Fatta la spesa in un 24h, ci sistemiamo per la notte in un parcheggio giù alla marina, dopo un passaggio per il centro per sfruttare il wifi di McDonald. 
Il dribbling tra le serpentine di decine di ragazzi (e non) completamente ubriachi (qui sono le 2.30 di sabato notte) ci riporta infine alla macchina. 

Il passaggio dalle due suites al monolocale per 5 è traumatico, soprattutto per Elisabetta che non chiude occhio tutta notte.

Gli altri riescono invece quantomeno a riposare tramortiti dagli effluvi di piedi e calze nonostante il pediluvio fatto usando gli innaffiatoi dei giardini pubblici ed il lancio del pedalino a decine di metri dall'abitacolo.

Il risveglio ci presenta la baia in tutta la sua bellezza.
Su un eucalipto del parcheggio, un grande pappagallo bianco ci accoglie con i suoi versi striduli.



Nella toilette pubblica qui accanto (ce ne sono ovunque e sono mediamente pulite) una simpatica serigrafia fa da sfondo al pisciatoio maschile.
Vi lascio indovinare di fronte a quale delle ragazze ho deciso di espletare la mia funzione...



Nel frattempo, Gedeone riprende la baia comandato da Luca con l'iPhone di Alberto dal momento che il suo è caduto a terra nell'atto della partenza del velivolo e si è rialzato con il vetro frantumato.

La siracca è d'obbligo, ma solo da parte mia ché, l'aplomb di Luca, mi stupisce considerato che la scocciatura è tutta sua.



L'approdo all'albergo, Coral Sea Resort, selezionato e prenotato su Booking.com, cancella almeno in parte la delusione del risveglio frantumato.

Un posto da favola, con piscina a bordo oceano che ci accoglie in un clima fantastico (weather is divine, ci dice la receptionist...) nell'attesa della camera che sarà pronta dalle 14.

Il contrasto tra la bellezza di questo paradiso e la ruvidità del bivacco notturno è ovviamente all'origine dell'ossimoro che dà il titolo a questo post...





venerdì 24 luglio 2015

I Territori del Nord

I versi degli uccelli tropicali fanno da sottofondo esotico al nostro approdo australiano a Darwin, nei Territori del Nord, un nome che fa tanto  mitologia fiabesca tipo il Signore degli Anelli. 

Dopo aver tremato (ma neanche troppo) per un controllo supplementare ai passaporti di Luca, Alberto ed Elisabetta (la Vale ed io  siamo passati indenni che già scherzavamo salutandoli potendo proseguire il viaggio da soli) abbiamo ritirato e fatto uscire le valigie dall'aeroporto senza alcun problema. 

Anche Gedeone, il drone clandestino imbarcato nel bagaglio a mano, ha superato indenne la spruzzata di raggi x al metal detector. 

Ora, dopo un tragitto alquanto costoso con la navetta per gli alberghi (70 euro per 5 andata e ritorno) stiamo oziando nelle nostre suite vista mare al Mantra Esplanade. 

Non so ancora come butta la serata (se ce ne sarà una...) ma i ragazzi sembrano intenzionati a resuscitare e a perdersi nei dintorni del nostro albergo (Mantra Esplanade) che si trova vicino al porto di questa cittadina che, oltre al primato di essere stata l'unica attaccata dai giapponesi nella seconda guerra mondiale ed a quello di essere stata praticamente distrutta da un ciclone negli anni 70, tanto da offrire non ha.


Come ha detto Luca, però, è vero che non c'è niente da vedere, ma bisogna godersi il clima, sciallo e trasandato che ti accoglie una volta qua.

Cosa che puntualmente accade.

Nel Bicentennial Park, proprio qui sotto, frotte di ragazzi a petto nudo bivaccano sul manto erboso, bevendo birra e seguendo incuriositi le evoluzioni di Gedeone. L'intenzione era di riprendere col movimento aereo, la bellezza di questo tramonto caldo al punto giusto che accompagna questa nostra prima uscita. Vedremo nei prossimi giorni, scaricandone i filmati, se l'impresa è riuscita bene.


Lassù in alto a sinistra il drone Gedeone...
Gli odori caldi ed armoniosi di queste piante tropicali che a me sembrano appartenere ad un altro mondo, riescono persino a fare breccia nello stordimento da stanchezza che ci fa barcollare, pressoché stremati, alla prima steak house che troviamo sulla nostra strada. 
Niente di che, per la verità e, tornando a casa, ci accorgiamo che la movida darwiniana, sta tutta in ben altri locali, chiassosi e ricolmi di giovani.

Sui marciapiedi, spesso accasciati e devastati dall'alcol, diversii gruppi di aborigeni interpretano delle parti avulse e tutte chiuse in se stesse, come se non avessero mai avuto (cosa che, in fondo è purtroppo vera) un benché minimo contatto con il mondo degli invasori bianchi.



Il primo assaggio del ritorno è comunque dolce e positivo, nonostante queste stonature che, assieme a quelle provenienti dall'ufficio, hanno un pochino annuvolato il nostro esordio australiano.




giovedì 23 luglio 2015

Singapore Airlines

Dodici ore di volo in classe economica con l'aspettativa di farne altre 5, fiaccano anche le resistenze più audaci dei giovani virgulti che viaggiano con noi.

L'unica che non ha mai chiuso occhio è però Elisabetta che, in effetti, si accascia sulle poltroncine in attesa dell'apertura del gate E24 per Darwin, Terminal 2, dall'altra parte del mondo rispetto al Terminal 1 dove invece siamo arrivati.

Classe economica a parte (che comunque non è poi così scomoda) viaggiare con Singapore Airline è sempre un piacere.
Le bellissime hostess e i bruttissimi stewart sono gentilissimi e si prodigano in attenzioni quando Luca (per il quale ho prenotato un pranzo Vegetarian Vegan) sospetta che, le sue verdure, siano state bellamente soffritte nel burro.

Dopo un quarto d'ora gli portano della frutta dalla Business e un'hostess si premura di verificare il nostro volo di ritorno per evitare di ripetere l'errore. Il tutto senza che avessimo neanche provato a lamentarci. Veramente bravi!

Adesso siamo quasi pronti per l'ultimo balzo verso Darwin.
Oddio, quasi pronti..., giudicate voi...




P.S.: la foto è fatta dal mio MacBook con un programma che presenta un bottone rosso sul video. Ovviamente, essendo un computer, il bottone va centrato e premuto col mouse, ma io, stravolto dal viaggio per tre o quattro volte ho cercato di  premerlo direttamente   sul video! la touch-addition (dipendenza da touch) colpisce duro!

Prima del grande balzo

Prima di un doppio volo da 12+4.40h, una foto con le facce da stupidi non si nega a nessuno...

martedì 21 luglio 2015

Tra poco si parte

Check-in fatto.
Milano Singapore, Singapore Darwin, giovedì 23/venerdì 24 luglio.

12+4.40 ore di viaggio per arrivare nella Terra dei Canguri, planando a nord, dove l'altra faccia dell'estate è ancora (si spera) abbastanza simile a quella che stiamo vivendo qui: calda ed assolata.

Poi, il 25, un altro balzo volando verso Cairns, sulla costa est e da lì scenderemo "vorticosamente" a bordo del nostro Van, giù giù fino a Melbourne dove, finalmente, saluterò la mia Zia Sara con Rino ed i miei cugini, stabilitisi lì più di 40 anni fa.

Un viaggio lungo ed impegnativo a ritrovare posti già visti coi ragazzi (www.iTreDonisiInAustralia.blogspot.com) che visiterò con Elisabetta, Valentina, Luca ed Alberto, in questa estate al rovescio che di nome fa inverno.

La tradizione vuole che annoti quanto accade in un blog dedicato e, visto che www.viaggiodigiorno.blogspot.com non era adatto allo scopo  ho deciso di farne uno apposta e di chiamarlo così, come il volto che non ti aspetti di vedere in estate.