Nella suite dei ragazzi, le valigie esplose la sera prima ricoprono praticamente tutto l'ampio soggiorno dove Valentina dorme accasciata sul rollaway aggiunto per il terzo ospite.
I due maschiacci invece, sono ancora svenuti sul lettone matrimoniale della camera. La suite, che costa meno di una singola a Milano in bassa stagione, si affaccia sul Bicentennial Park che separa l'esplanade dalla riva di sabbia e sassi.
Mentre Luca e Alberto vanno a gonfiarsi i muscoli nella palestra dell'altro Mantra Hotel, Elisabetta ed io ne approfittiamo per una passeggiata nel parco fino al belvedere che dà sul porto militare, obiettivo giapponese nel '42 che, mentre lo guardiamo, lascia partire una grigia portaerei.
Oggi, invece, i militari giapponesi vengono qui in missioni di pace. Ne abbiamo visto arrivare un plotoncino su due camionette con la scritta esercito giapponese ieri nell'albergo qui vicino. Stamattina stanno facendo una corsetta proprio qui nel parco. Sembra di sentire la musichetta dell'Ufficiale Gentiluomo (la Vale dice invece Era Glaciale).
Gli aborigeni che ieri sera vagavano qui intorno, stanno ora seduti ad un tavolo e bevono birra di prima mattina. Non hanno un aspetto pericoloso. Parlano inglese tra di loro e ridono sguaiatamente. In sottofondo una delle loro musiche lamentose che ricordano nenie africane. Vestiti in stile Caritas, trascinano la loro esistenza al confine tra l'accattonaggio e una ribellione silenziosa e non violenta fatta dal rifiuto del contatto con il resto del mondo. Pure incuriosito dalle loro vite, non saprei come approcciarli. Ci riesce invece una giovane backpacker che sta scambiando con loro alcune parole. Di nuovo. la sensazione è che ci sia un muro invisibile tra i due mondi, anche i gesti e le smorfie del loro stentato dialogo sembrano provenire da pianeti diversi.
Alle 13.25 abbiamo il volo verso Cairns. Chiuse le valigie bivacchiamo nella hall aspettando la navetta che ho prenotato, seguendo il consiglio della receptionist, per le 11.40.
Essendo un volo domestico dovrebbe bastare essere in aeroporto un'ora prima. Un po' diffidente, perché addicted to contingencies (schiavo del bisogno di arrivare sempre in anticipo), decido alla fine di lasciarmi andare ai ritmi tropicali ed accetto la proposta.
Ovviamente pago questa rilassatezza con un miliardo di siracche quando la navetta, arrivata già con dieci minuti di ritardo, perde un'altra buona mezzora in uno sbuffante girotondo tra un hotel e l'altro per raccogliere altri turisti. Arriviamo in aeroporto giusti in tempo prima della chiusura del check-in graziati solo dal fatto che la coda al banco JetStar è molto meno fitta di quella degli altri banchi.
Il volo dura 2 ore e mezza e bordeggia la costa nord che, verso Cairns si fa corrugata e montagnosa. I ragazzi ne approfittano per dormire accasciati uno sull'atro, sono così belli da vedere che mi strappano una foto.
Ritirata la macchina o, meglio, il pullman (un KIA Carnival 8 posti, 6 cilindri benzina, gommato da neve..., un po' spartano, ma velocissimo) iniziamo subito il nostro viaggio verso sud.
Questa sera non abbiamo un albergo prenotato. Purtroppo non abbiamo tempo per fermarci a Cairns. La sosta qui avrebbe comportato altre rinuncie e, il compromesso che ho ideato è stato quello di pianificare la prossima tappa ad Airlie Beach, cittadina di fronte alle Whitsunday Islands, nella Great Coral Reef (la Grande Barriera Corallina, 2000 km di coralli, il più esteso organismo vivente del nostro pianeta).
L'intenzione è quella di spezzare in due il viaggio ed arrivare a Townsville, una cittadina giusto a metà dei 620 chilometri che ci separano dalla meta, anche se, tra me e me, penso che se ne avrò voglia cercherò di arrivare anche più giù.
Il traffico di Cairns si dipana subito in un solitario bordeggio contromano nel buio di una notte schiarita da una mezza Luna rovesciata e come ruotata rispetto a quella che siamo abituati a vedere noi. La sua parte illuminata che segue il sole già tramontato nel suo tragitto all'incontrario, disegna un semicerchio con il bordo dritto perfettamente parallelo all'orizzonte come mai riusciamo a vedere alle nostre latitudini.
Dopo qualche tentativo fallito, imbocchiamo la A1, la più lunga highway del mondo. Circumnaviga praticamente tutto il continente australiano. Con i suoi 14500 km supera in lunghezza anche la Transiberiana. Rispetto a questa ha poi anche il vantaggio di attraversare zone più calde ed ospitali.
Il paesaggio intorno è dominato da rilievi bassi ed appuntiti e da vaste piantagioni di canna da zucchero.
Ben presto siamo gli unici sulla strada. Soprattutto in direzione sud non viaggia nessuno. Il traffico nella direzione opposta è più intenso. Soprattutto grandi truck americani, a volte con due rimorchi ci incrociano sfareggiando. E, siccome la Highway A1 in prevalenza altro non è che una normalissima strada ad una corsia per senso di marcia, questa storia degli incroci accompagnati da sfareggio di abbaglianti diventa uno dei due tormentoni della serata.
Decido allora di attivare la check list dell'astronauta per provare a decifrarlo.
Controllo abbaglianti. Negativo.
Controllo altezza anabbaglianti. Negativo (anche perché non sono regolabili. Avevo detto che il pullman è un po' spartano).
Controllo fendinebbia. Ininfluente (nel senso che, che siano accesi o no, con cadenza casuale il veicolo che incrociamo, sia esso un truck o un pick up, ci saluta lampeggiando).
Siracca. In mancanza di un controllo specifico, aiuta a stemperare la tensione.
Ipotesi sul campo al momento:
- il pullmann ha dei fari alogeni regolati male (che in realtà neanche fanno tanto chiaro)e gli australiani sono permalosi e ci mandano a quel paese.
- gli australiani sono gioviali e si salutano sempre in questo modo quando si incrociano sulla pista più lunga del mondo.
- una pattuglia della polizia ci aspetta lì davanti (ma quanto cavolo di pattuglie ci sono, che poi non ne abbiamo visto neanche una e, in ogni caso, siamo gli unici su questa autostrada a rispettare i limiti: massimo 100 all'ora, spesso 80, a volte 60).
- stiamo viaggiando sulla corsia sbagliata. Impossibile visto che stanno tutti dall'altra parte quando lampeggiano.
Stiamo per fare una quinta ipotesi, quando scorgiamo il cadavere di un canguro sul ciglio della strada.
Poi, poche centinaia di metri più avanti, con la coda dell'occhio, scorgo un wallaby (una specie di marsupiale simile, ma più piccola di un canguro) saltellare nella fascia erbosa che costeggia la striscia di asfalto.
Da lì in poi, l'avvistamento diventa un continuo. Il terrore di investirne uno inizia a serpeggiare nella mia mente. Non avevo mai viaggiato così a lungo di notte l'altra volta qui in Australia. Vuoi vedere che la quinta ipotesi è che gli australiani ti sfareggiano quando avvistano i canguri sul bordo della tua strada?
Quasi quasi chiedo a mio cugino Marco che ci aspetta al fresco di Melbourne e vi so dire...
Mentre i ragazzi crollano esausti, Elisabetta si posiziona a mo' di vedetta e io "tiro" gli occhi che, pur senza occhiali, mi sembra di
aver ritrovato la vista di un falco.
Abbiamo perso il conto di quanti ne abbiamo visti. Due, di sicuro, erano canguri alti e grossi quasi come un uomo. Gli altri erano wallaby, più piccoli. Spesso saltellanti, a volte fermi sul ciglio ti guardano sfrecciare ridendo del tuo terrore che facciano la scelta sbagliata.
Nonostante la tensione del videogame "colpi di fari e salti di canguro", la stanchezza non riesce a superare la mia voglia (non ancora dichiarata) di arrivare fino in fondo.
Cosa che invece alla fine ci riesce, anche se il patto è che, arrivando troppo tardi, ci dovremo accontentare di dormire in pullmann.
Per quanto spazioso, non sarà certo come dormire in un letto vero.
Fatta la spesa in un 24h, ci sistemiamo per la notte in un parcheggio giù alla marina, dopo un passaggio per il centro per sfruttare il wifi di McDonald.
Il dribbling tra le serpentine di decine di ragazzi (e non) completamente ubriachi (qui sono le 2.30 di sabato notte) ci riporta infine alla macchina.
Il passaggio dalle due suites al monolocale per 5 è traumatico, soprattutto per Elisabetta che non chiude occhio tutta notte.
Gli altri riescono invece quantomeno a riposare tramortiti dagli effluvi di piedi e calze nonostante il pediluvio fatto usando gli innaffiatoi dei giardini pubblici ed il lancio del pedalino a decine di metri dall'abitacolo.
Il risveglio ci presenta la baia in tutta la sua bellezza.
Su un eucalipto del parcheggio, un grande pappagallo bianco ci accoglie con i suoi versi striduli.
Nella toilette pubblica qui accanto (ce ne sono ovunque e sono mediamente pulite) una simpatica serigrafia fa da sfondo al pisciatoio maschile.
Vi lascio indovinare di fronte a quale delle ragazze ho deciso di espletare la mia funzione...
Su un eucalipto del parcheggio, un grande pappagallo bianco ci accoglie con i suoi versi striduli.
Nella toilette pubblica qui accanto (ce ne sono ovunque e sono mediamente pulite) una simpatica serigrafia fa da sfondo al pisciatoio maschile.
Vi lascio indovinare di fronte a quale delle ragazze ho deciso di espletare la mia funzione...
Nel frattempo, Gedeone riprende la baia comandato da Luca con l'iPhone di Alberto dal momento che il suo è caduto a terra nell'atto della partenza del velivolo e si è rialzato con il vetro frantumato.
La siracca è d'obbligo, ma solo da parte mia ché, l'aplomb di Luca, mi stupisce considerato che la scocciatura è tutta sua.
L'approdo all'albergo, Coral Sea Resort, selezionato e prenotato su Booking.com, cancella almeno in parte la delusione del risveglio frantumato.
Un posto da favola, con piscina a bordo oceano che ci accoglie in un clima fantastico (weather is divine, ci dice la receptionist...) nell'attesa della camera che sarà pronta dalle 14.
Il contrasto tra la bellezza di questo paradiso e la ruvidità del bivacco notturno è ovviamente all'origine dell'ossimoro che dà il titolo a questo post...
Il contrasto tra la bellezza di questo paradiso e la ruvidità del bivacco notturno è ovviamente all'origine dell'ossimoro che dà il titolo a questo post...





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