La colazione all’americana, sul balcone vista oceano, è un momento di riflessione sulla giornata e l’occasione per cantare “tanti auguri” ad Elisabetta che compie oggi gli anni.
Come regalo le abbiamo preparato un bel tappone di trasferimento.
Dobbiamo decidere se spezzare il viaggio fino ad Hervey Bay in due trance (in tutto sono 900 km), o provare a farlo tutto d’un fiato per avere a disposizione domani la giornata intera.
Alla fine, mentre gli altri sono affaccendati a ricomporre le valige schizzate via al nostro arrivo, decido io che sono quello che guida per una sola tappa e prenoto due stanze al Mantra Hotel, lo stesso che avremo anche domani sera.
Nella prenotazione specifico bene “late arrival”, ben sapendo che arriveremo tardi.
Novecento chilometri di autostrada australiana non sono infatti come uguale distanza su un’autostrada italiana.
Non si paga, ma si attraversano (lentamente) città, paesi, villaggi. Ci sono semafori, rotonde e, soprattutto nel primo tratto, tanti lavori in corso con sensi unici alternati.
La gran parte del tragitto, per fortuna, corre attraverso lande abitate solo da wallabies e canguri e si riesce quindi a fare i 100 all’ora sfrecciando molto spesso paralleli a tratti ferroviari, non elettrificati e a scartamento ridotto.
Nel primo tratto il paesaggio è mosso e ricoperto di vegetazione fitta e verde, poi si spiana e si trasforma in una sorta di savana, gialla e secca, nonostante la stagione e popolata, qua è là, da alberi strani e solitari. Sembrano quasi dei baobab.
Nel pullman i ragazzi sono crollati, E’ una fortuna perché altrimenti sarebbero iniziate interminabili richieste di "piss stop” così, invece, ne approfitto per spararmi i primi 400 km senza sosta.
Poi, una volta svegli, mentre attraversiamo un bosco di koala, pardon, di eucalipti popolati da koala (l’illusione di vederli ci colpisce qualche volta, ma in realtà sono solo grossi nidi di termite che, oltre che sul tronvo, a volte si arrampicano su in alto e danno l’impressione di essere una palla di pelo stiracchiata sulle fronde) decidiamo di fermarci alla prossima cittadina.
Elisabetta, con la guida in mano, ci conferma la bontà della nostra scelta. Una città “antica” e piena di case coloniali.
La strada per arrivarci, una traversa della A1, è però poco più di una mulattiera.
Arrivati nel centro abitato, abbiamo l’impressione che non si tratti di una gran città. E di case coloniali, soprattutto, nemmeno l’ombra.
Marlbourogh, così si chiama questo posto, non ha infatti niente a che vedere con Maryborough che si trova vicino ad Hervey Bay e, in effetti, è un’altra cosa.
Approfittiamo dei bagni pubblici che servono anche ad una specie di area sosta per le roulotte dei pensionati.
Qui è infatti molto di moda, una volta in pensione, acquistare una roulotte e girarsi il continente, spendendo il meno possibile e sfruttando al meglio le comodità offerte da questa civiltà.
A spiegarcelo è Ronda.
Gestisce l’unico negozio di questo paesino di 60 (sessanta) anime, una specie di emporio che vende dalla ferramenta agli hamburger.
Alberto si lancia subito in un curioso ed interessato scambio di idee con lei.
Assieme a Luca le raccontano delle esperienze da exchange students e lei rilancia spiegando che sta ospitando per nove settimane proprio una ragazza italiana, di Milano (chissà di dov’è veramente).
Ronda avrà sui quarant’anni, ma il suo peso, decisamente “sovra" e i suoi capelli corti, ma grigi, la fanno sembrare un po’ più vecchia.
Ci prepara con amore tre hamburger alti un metro, rimproverandoci scherzosamente quando rifiutiamo di aggiungere alla pila di ingredienti anche una fetta di rapa rossa.
Sbafiamo tutto in un lampo, anche le patatine che ha fritto solo per noi.
In fin dei conti, siamo una botta di vita per questo posto, abituato ai grey men (i pensionati) che Ronda descrive, a gesti, come noiosi e soprattutto, restii a spendere dei soldi.
A tarda sera, converremo che, la sosta da Ronda, è stata la cosa più bella della giornata.
Anche più dei canguri vivi, avvistati qua è là e delle disavventure con il wifi del Mac Donald i Rockhampton. L’avevamo cercato apposta per prenotare il whale watching di domani, ma non funzionava ed abbiam dovuto fare tutto al telefono.
Ma soprattutto della disavventura all’arrivo all’hotel Mantra.
Dove, per farla breve la reception al nostro arrivo (10 di sera) era chiusa. Non c’erano le nostre chiavi disponibili. Ci ha aperto la camera un addetto alla sicurezza con un passpartout e il letto aggiunto non era neanche preparato.
Non mancherò di scrivere una bella lettera di reclamo e, se non avrò risposta in un paio di giorni, sarò spietato sui siti di recensioni alberghiere.
P.S.: sono indietro con la scrittura. Per di più, oggi è stata una giornata formidabile di caccia alle balene. Ma sono stanco e non ho più voglia di scrivere. Vi regalo sono una delle foto fatte oggi (è un delfino visto da un metro di distanza. Si è avvicinato assieme a tre amici, a giocare con la chiglia della barca. Le balene le tengo per domani).


Nessun commento:
Posta un commento