giovedì 13 agosto 2015

Centomila coccodrilli

Una lunga chiacchierata col tassista che, come mai succede in Italia pronuncia bene il mio cognome cercandomi nella hall del nostro albergo, accompagna il nostro trasbordo in aeroporto.



Quando sente che siamo italiani, si attacca subito alle notizie che arrivano sin qui sugli sbarchi dall'Africa. 

Pur essendo una nazione costruita da immigrati che, seguendo la natura, qui ci sarebbero solo aborigeni, il problema è molto sentito e le protezioni, oltre a quella naturale dell'oceano, sono molto forti. 

Lui si è fatto l'idea che siamo invasi e, pur sapendo in fondo che non è vero, posso capirlo. 

Nella mappa del mondo capovolta, vista secondo gli occhi di un Australiano, l'Italia è grande come la provincia di una loro città ed il Mar Mediterraneo è poco più di una pozzanghera. 

Gli racconto del nostro viaggio e capisco, dalla sua reazione, che il mio rispetto verso Uluru ed il mio assoluto rifiuto di scalarla, non è proprio nei suoi sentimenti. 
Quando accenna agli aborigeni poi, sembra parli di animali. 

Viro cosi  sull'argomento e gli chiedo dei coccodrilli. 
Mi racconta che Darwin ne è impestata e, dopo un programma di ripopolazione di qualche decennio fa, oggi ce ne sono più di centomila. 
Praticamente, dice, dove c'è acqua c'è il coccodrillo. 
E sono grandi e pericolosi. 
Negli ultimi tre anni hanno mangiato 10-11 persone. Tutte imprudenti, precisa, come i bimbi degli aborigeni che vanno a fare il bagno in riva al fiume. 

L'unico posto sicuro vicino all'acqua è la spiaggia che, con la marea due volte al giorno, non è gradita ai rettiloni. 

Mi guardo bene dal dirgli che ieri sera ho gustato con piacere un bel piatto di coccodrillo. Molto più buono del canguro, un po' stopposo, ma sembra pesce. 
Quando parla dei coccodrilli (e dei canguri) come cibo, ne parla come fosse il kitkat, il cibo per animali (forse gli aborigeni di prima...). 

Sarà per questo che, dopo aver mangiato entrambi, canguro e coccodrillo, mi sento un po' aborigeno anch'io...


Un cerchio che si chiude

Il ritorno a Darwin conclude questa vacanza nello stesso posto da cui era iniziata con la cena nello stesso ristorante di tre settimane fa. 






Come un cerchio così questo giro trasmette un senso di perfezione compiuta. 

Nessuna ombra, nessun vero problema, hanno offuscato il luminoso girotondo disegnato nella metà orientale di questo lontano continente.

Sarebbe tempo di bilanci, di riflessioni conclusive, forse anche di confronti con l'altra volta che sono stato qui da solo coi ragazzi o con la vacanza dell'anno scorso tutti assieme (tranne Enrico, sigh...) nel lontano West americano. 

Un bilancio richiede però una chiusura, una riga netta tra il prima e il dopo e io invece ho voglia di continuare a portarmi dentro il senso di benessere che ho respirato in questi giorni anche perché, tra lavoro e resto, il ritorno sarà tutto in salita. 

Quindi non lo faccio adesso perché rischierei di mandare in "out of memory" la calcolatrice di bei momenti. 

Così come non azzardo un confronto con le altre volte, qui o altrove non conta.

E' impossibile stabilire se son rimasto più senza fiato davanti alla vista del Gran Canyon o a quella della balena che si immerge nella striscia di luce davanti a me, così, solo per comparare cose diverse che era  troppo scontato confrontare con Uluru, la "mia" magia. 

Forse sarò  un po' romantico, ma vorrà pur dire qualcosa se , alla fine, che viaggi da solo, con i figli, con gli amici o con gli amori, il bilancio è sempre così luminoso. 

E non sono solo le mete strepitose che mandano su il conto, per così dire, ma è l'essenza stessa del viaggio che ti forza all'entusiasmo (anche nelle siracche, si anche in quelle) di vivere ogni momento come fosse unico ed eterno.

Di cercare nei particolari, nei colori, negli odori, quel'emozione da ricordare e, qualche volta, da trasmettere in differita. Altre volte, avendo la fortuna di essere con le persone che ami, da condividere lì,  sul momento. 

L'importante è sforzarsi di vivere l'attimo come fosse la lezione più interessante della tua materia preferita. Assorbendone i dettagli e le sfumature per usarli come tessere del puzzle che disegna la tua vita. 

La stessa cosa la puoi fare anche a Verona, mescolato ai giapponesi che credono, poveri loro, al balcone di Giulietta o a  Milano, in metropolitana, soffocato dalla cravatta. Riesce meno bene, certamente e, a volte, le siracche sono meno entusiasmanti, ma l'attitudine a vivere la vita come un viaggio mi è entrata dentro e mi pervade soprattutto da quando ho iniziato a viaggiare un po' di più e a raccontare dei mie giri (circa una decina di anni fa o poco più. Esistono ancora sul web le tracce di un viaggio in Sicilia fatto in un'altra vita).

Lo so di esser super fortunato a poter vivere questi momenti e non ho nessun motivo di lamentarmi, ma so anche che pago questa fortuna con la fatica di una vita sbilanciata, senza orari e fuori casa e quindi ancor di più ne apprezzo le sfumature.

Il cerchio di questo giro si chiude dunque qui a Darwin. 
Come tradizione, il post di chiusura di questo blog prenderà forma un po' più in là nel tempo. Giusto per lasciar sedimentare anche gli ultimi lapilli di questa eruzione di emozioni. 

Da domani riprende, come è giusto e bello che sia, il viaggio nella vita di ogni giorno. Il suo racconto, quando merita o quando si può, riprende la strada dell'altro blog www.viaggiodigiorno.blogspot.com


Siracca mattutina e siracca meridiana

Dicevano i latini "siracca mattutina tamquam bona, tamquam fina, siracca meridiana neque bona neque sana". 

Per me invece non fa differenza. 

Qual è infatti la differenza tra siraccare alla mattina perché vai per niente in aeroporto alla ricerca di un distributore e siraccare al pomeriggio perché vai per niente in aeroporto alla ricerca di un distributore?

Neanche a dirlo, due distributori a 500 km di distanza,  tanti sono quelli percorsi oggi per andare ad Alice Springs avvicinandoci a Darwin che da Uluru il volo non c'era. 


Un viaggio solitario lungo la Lessester Highway prima e la Smith Highway dopo. 
Un unico nastro nero che sfuma nel giallo dei cespugli incendiati dal caldo invernale (immagina d'estate) e nel rosso della terra che sembra quello dei campi di bocce del bar della mia nonna. 

Incroci soltanto avventurosi gray nomads (i pensionati girovaghi che la Ronda ci aveva insegnato a riconoscere) con la roulotte o lunghi camion a due rimorchi che ingombrano del tutto la stretta carreggiata. 


Ai lati,  nessun animale e pochissime carogne.  Qui hanno troppo spazio per venire a morire schiacciati dalle auto.  In cielo, ogni tanto, solitarie compagne di viaggio volano in circolo le aquile. Più  avanti, avvoltoi grossi come quelli dei fumetti, si contendono a gruppi le poche bestie rimaste uccise ai bordi dell'highway. 

Ora siamo arrivati ad Alice Springs che abbiamo velocemente visitato immergendoci tra le decine di aborigeni che la popolano 
Sarebbe troppo facile descriverne le fattezze così diverse e lontane dai nostri canoni di moda. Non lo faccio perché ne rispetto la storia e pure la sofferenza che devono  aver accumulato in queste poche centinaia di anni in cu li abbiamo sopraffatti. So che lo stesso discorso vale anche per gli indiani d'america, gli africani, i palestinesi e così via, ma oggi sono in Australia e l'attenzione e sui locali. 

Scrivo dal cellulare e quindi ho poche foto da postare. Se stasera non son troppo stanco completo con qualcosa di meglio. 


Godetevi intanto la vista del puntino della nostra auto ripresa da Gedeone mentre si allontana da Uluru diretta verso nord e il nostro Selfie davanti ai tabelloni del volo per Darwin.  

mercoledì 12 agosto 2015

La pelle di Uluru

Questa sera rischio di ingarbugliarmi.



Sono troppe le cose che vorrei scrivere in queste righe, per essere sicuro di non dimenticarle mai.
Però sono così tante le cose successe in questi due giorni, 
che non ho avuto davvero nemmeno il tempo di postare un semplicissimo #valefacciunselfie.

Neanche quello fatto, appena arrivati ad Uluru, dopo una tappa forzata ed imprevista ad Adelaide (aereo rotto...) con lo stesso mezzo che Alberto doveva prendere per tornare a Melbourne.
Un fuori programma che ci ha però permesso di riabbracciarci per pochi istanti e scattare, appunto, un inaspettato (#valefacciun)selfie nell'atrio del piccolissimo aeroporto di Ayers Rock.


Così come non sono riuscito a scrivere, ieri sera, dopo la cavalcata al tramonto verso Kata Tjiuta.

Il gruppo di cupole rossastre e alte più di Uluru, nonostante un incendio dalla parte del sole ne oscuri i raggi, dà origine, al tramonto, ad una processione di sfumature rossastre anche più belle di quelle della sua vicina più famosa.




E nemmeno sono riuscito a scrivere dell'affanno che ti prende quando alzi gli occhi al cielo da una piazzola in mezzo al nulla e ti vedi una Via Lattea che sembra il prologo di un temporale e, nonostante la vista ormai andata, riesci ancora a distinguere il bagliore extragalattico  delle Nubi di Magellano.




Insomma, lo sapevo che il finale sarebbe stato con il botto. Era già successo l'altra volta e confermo che, terminare un viaggio in Australia con la visita ad Uluru, è una abitudine dolce e rassicurante, proprio come un ritorno a casa.

La sua natura di monolite, un unico enorme masso che sporge dalla terra per quasi 400 metri e sprofonda in essa per almeno due volte tanto, trasmette una sensazione da essere vivente che nessun'altra montagna, anche più bella, come possono essere le nostre Dolomiti, riesce a darti.
La sua superficie sembra la pelle corrugata e antica di un enorme essere vivente che riposa tranquillo e addormentato nel suo habitat naturale.







La accarezzo e la abbraccio con dolcezza e con rispetto, come se fosse un animale mansueto e familiare.




Le sue rughe e cavità, ognuna carica di leggende della Tjukurpa - la storia della Creazione secondo gli aborigeni - disegnano profili e somiglianze che ti rapiscono lo sguardo e, senza tanti giri di parole, ti rompono il fiato e fanno piangere.



Insomma, un posto che libera un sentimento di spiritualità naturale, laica e lontana da stereotipi religiosi, anche in un miscredente razionalista come me.

Sarà per questo che danno fastidio, molto più che in altri posti, quei turisti deficienti (come i francesi che ho mandato a cagare ieri sera) che urlano e ridono come se fossero ad una sagra parrocchiale.


P.S.: a "disturbare" la quiete del cielo sopra Uluru, oltre ad un'aquila solitaria, ha fatto la sua comparsa il nostro amico Gedeone, fin qui sottoutilizzato. Nella foto sotto, presa dall'alto, siamo noi e la nostra auto appostati lungo la strada, ma fuori dagli schiamazzi dei francesi, per osservare la linea d'ombra che, fulminea, copre Uluru al tramonto.






lunedì 10 agosto 2015

In loving memory

Dietro un viaggio c'è sempre un miraggio da considerare, e in questo viaggio il miraggio è quello dei miei occhiali da sole.

Persi, come un miraggio, nell'orizzonte sfumato di qualche tappa recente.

Evaporati al sole su qualche tavolino di bar o svaniti nel riflusso di qualche onda oceanica.

Diciamo che, se il danno si ferma qui, posso considerare il bilancio ancora positivo.

L'anno scorso i post dal titolo "In Loving Memory" in onore di qualcosa perduto per sempre erano stati ben tre. Il più funereo, quello in onore della mia macchina fotografica compatta Leica, trafugata furbescamente nella libreria di Street Art a San Francisco.

Memore delle dichiarazioni di amore alla memoria, mi sono forzato quest'anno a portare in giro meno cose.
Ho eliminato, la macchina fotografica compatta, il marsupio, alcuni telefoni inutili, gli occhiali da vista (che Mr Magoo in Australia è di casa), ma si vede che non è bastato.

Portafoglio, macchina fotografica, zaino, telefono, occhiali da sole, chiavi della macchina, ragazzi, moglie, per me è troppo!

La prossima volta lascio a casa qualcosa. O qualcuno.

Oppure, mi porto una badante. 

Vabbé, scherzi a parte, abbiamo riconsegnato la macchina in aeroporto con qualche ora di anticipo e qualche siracca di accompagnamento e ora stiamo aspettando l'imbarco per Ayers Rock, anzi, preferisco dire Uluru, la nostra ultima tappa turistica, nel cuore dell'outback australiano, al centro del continente dove la Grande Montagna Rossa ci attende.  

Ieri, giornata di sole, fredda e ventosa, spesa interamente a gironzolare pe Melbourne. 

Attraverso il grande giardino botanico siamo arrivati a prendere un tram per St. Kinda, una spiaggia con un lungo pier. 
Il fish and chips in un bistró in riva al mare è d'obbligo. 


Nel pomeriggio giro nel centro vivo della città, attraverso strade che sembra di essere a New York e gallerie che danno un tocco più retró. 

A sera una pizza con Marco e Dora, carinissimi ad accompagnarci ed offrirci la cena al 400 gradi nel quartiere italiano dove il piazzaiolo ha vinto il premio per la migliore Margherita del mondo. In effetti la piazza era squisita e la compagnia piacevolissima  

Ci si rivede a settembre quando i cugini verranno in Italia per un lungo viaggio nelle loro origini. 


domenica 9 agosto 2015

Foto di famiglia e paletot

L'emozionante incontro con la Zia Sara, Zio Rino, Marco, Dora e Paola, i miei parenti australiani, occupa tutta la cronaca della giornata.



Di fronte a questa serata, perdono ogni fascino anche gli ultimi 300 km da Barnsdale a Melbourne, sorvolati da nuvole di pappagalli cockatoo (e non krakatoa come ho scritto in un altro post).
Sbiadiscono le praterie dello Stato di Victoria, ricche di piante verdi ogni tanto macchiate dal giallo di alberi che sembrano  mimose e contornate, laggiù in fondo, da rilievi con parvenza da montagne. 
Così come sfiorisce la visita fugace fatta alla città, nei dintorni di Federation Square, un vecchio scalo ferroviario rimodernato e contornato di costruzioni estrosamente moderne ed affacciate sul grande fiume Yarra. 
 
Infreddoliti ed immersi in un clima da paletot, ci rifacciamo con una pizza  nel locale Soho sul River Side (buona, per essere una pizza capovolta) dove i due camerieri italiani, un lui e una lei fidanzati quasi ufficialmente ci raccontano i vantaggi per i giovani di spostarsi a lavorare qui (lui ci mostra tutto orgoglioso sul telefonino l'anello che le regalerà a breve).

Gli zii non li vedevo dal 2004, quando (me lo ricordano loro stessi) li avevo accompagnati in auto da Verona a Milano.
Si ricordano (con terrore) la gimkana ai 150 in autostrada così diversa dalle lunghe cavalcate in solitaria a non più dei 110 che sono qui l'abitudine. 

All'epoca erano stati ospiti di una mia mamma ancora in forma.
Oggi loro lo sono ancora, mentre lei, purtroppo non più.

La zia ha preparato un quintale di leccornie. Dagli antipasti ai dolci è uno spettacolo di cena. Salumi, ravioli fatti in casa, quaglie, pollo, agnello, cotechino... Insomma una cena con i fiocchi!
Insieme, loro due, sprizzano un'energia ed una capacità di leggere la vita con disincanto ed ironia che sono le qualità alla base del coraggio che hanno dimostrato, 40 anni fa, nel cambiare radicalmente la loro vita muovendo tutta la famiglia qui.

Li tartasso tutta sera per farmi raccontare ancora una volta la storia di quella scelta.

Frutto, senza dubbio, del carattere forte e combattivo della zia, fresca reduce, allora, da una brutto incontro con una malattia.
Ma anche dell'amore dello zio, pronto a mettere in discussione ogni cosa, anche il benessere e la sicurezza fino allora guadagnati, per seguire quel sogno che poteva durare solo due anni ed invece vive ancora adesso. 
E della capacità dei figli, allora bambini o poco più che adolescenti, di adattarsi ad una vita completamente nuova, in  una terra ancora da pionieri  (la zia mi dice che non c'era quasi niente e tutto puzzava di grasso di pecora).

Le chiedo quale fosse l'emozione provata al primo ritorno in Italia, nel dicembre di 5 o 6 anni dopo e la risposta - come sempre intercalata da un piacevole "anyway" -  mi stupisce perché lascia trasparire  il grande amore per il suo paese, ma al tempo stesso una delusione per un Natale un po' dimesso rispetto ai ricordi e, alla fine, proprio nessuna voglia di cambiare idea.

Oltre ad una cena strepitosa, la zia ha anche preparato un po' di foto  da mostrarmi.

I discorsi si soffermano, in particolare, oltre che sui ricordi giovanili con mia madre, anche sul mio bisnonno Enrico, il macchinista ferroviere anarchico (Enrico, sai che il tuo nome viene un po' anche da lì) e su sua moglie Maddalena.

Erano anche i suoi nonni e ne conserva foto e ricordi.

In particolare di Maddalena mi racconta come fosse molto brava a scrivere e comporre musica. Tutti e due, a dire il vero, erano coristi nel coro dell'Arena. 
Di lui, oltre che un bravo maestro di musica, si dice anche fosse un imperdonabile donnaiolo.

Conserva con dedizione una tessera ferroviaria intestata è firmata da Enrico Spotti, il mio bisnonno, oltre a varie foto della sua nonna che anch'io, sia pur piccolino, ho impressa nella mente con l'immagine di un incontro nel cortile della sua casa milanese in cui lei mi regalò una palla di plastica verde. 



Tra le foto, mi colpisce una (mai vista prima) fatta alla mia mamma e ai suoi fratelli, negli ultimi mesi della guerra, quando ancora erano sfollati sulle montagne veronesi e lei, sia pur bambina, era già mamma di tutti loro.



Un'altra, la ritrae assieme alle cugine e ad una fiamma estiva in mutandoni bianchi di cui nessuno (tranne la zia) ha mai saputo l'esistenza ;)!


Una serata rilassata e per me commovente, all'insegna dei ricordi, con un Rino sempre pronto alla battuta divertente, col suo accento lombardo-emiliano ed una Sara impeccabile in cucina e nel tenere piante e casa.
Ha una serra in cui crescono piante altissime, un orto-fruttetto che offre in questi giorni dei mandarini squisiti ed una casa enorme e piena di gingilli di ogni tipo, dalle bambole alle scarpette di ceramica, tutte ordinate ed in perfetto stato.

Mi viene da stringerla più di una volta per trasmetterle anche tutto l'affetto che la mia mamma mi ha sempre fatto capire di provare per lei e che adesso non può più dimostrarle.



Ci lasciamo con la promessa di rivederci in un'estate che, qui intorno, di posti da vedere ce ne sono a migliaia e noi ora abbiamo così poco tempo che non basta nemmeno ad immaginarli.


sabato 8 agosto 2015

Happy Tribe

Così ci aveva definito Dave, il disegnatore di magliette che abbiamo conosciuto al mercatino di Byron Bay. 

Tribù Felice.

In effetti, una tribù un pochino strana e di sicuro molto contenta, lo siamo stata per tutto il tempo passato assieme. 
Anche quando la convivenza forzata ci ha portato a dividere tutto, ad esempio, il bagno...abbiamo sempre trovato un giusto equilibrio e pure il modo di riderci su. 
Poi, abbiamo  assieme scelto i posti, subíto i lunghi viaggi, fatto le spese, cucinato,  riso tanto e cazzeggiato anche di più, come una affiatata comitiva di anziani giapponesi (ragazzi, sto scherzando...).
Stamattina ci siamo divisi perché Alberto vuole tornare un paio di giorni prima in Italia. 
Lo abbiamo accopaganto all'alberghetto da 30 dollari che si è procurato da solo, nel queritiere Newtown di Sydney, direzione aeroporto. 


Un quartiere vivo e vero, fatto di casine basse 9 volte su 10 occupate da negozi di cibo e spesso adornate da bellissima street art. 

Ma quanto mangiano qui in Australia!!!!
Sydney potrebbe essere la fabbrica di cibo per tutto l'emisfero australe a giudicare dal numero di take away, ristoranti, kebab, libaneese e così via...
La altissima densità di bar a Caselle scompare al confronto...


Comunque, dopo un ultimo #valefacciunselfie davanti al Billabong Garten e un caloroso saluto di commiato, noi ci sciroppiamo più di 700km in direzione Melbourne, lui deposita le valigie e torna in centro a farsi la visita guidata da tre ore (scherzo!!!). 


Il nostro viaggio doveva percorrere una specie di Big Sure , la strada sulla costa californiana ed invece è stato il gran Premio della montagna 

Centinaia di chilometri da soli accompagnati da foreste di ogni tipo e dai soliti animali schiantati ai bordi delle strade. Molto spesso wombat, grossi e neri, che qui dominano la natura. 

Una breve sosta a Eden, affacciato su un mare blu come la notte e poi via di nuovo in mezzo alle foreste. 

Foreste sempre verdi anche d'inverno. 
Gli alberi a foglie caduche sono pochissimi. Oggi ne incontriamo un po' di più, andando verso il freddo. Soprattutto pioppi cipressini che con il loro scheletro grigio cenere creano un forte contrasto con il verde spento dal freddo della boscaglia circostante. 

A sera, stanchi morti, ma felici di esserci avvicinati a Melbourne, ci fermiamo a  Bairnsdale, un paesino che sembra di montagna dove in camera troviamo la termocoperta e il riscaldamento acceso...

Domani finalmente l'incontro con Zia Sara!!!


venerdì 7 agosto 2015

#Albiquestacelapaghi

Si fa fatica ad uscire da questo appartamento.




La vista sulla baia mi ipnotizza. 

Un po' seguo la petroliera che attraversa l'orizzonte, laggiù in fondo, un po' il gruppo dei surfisti che galleggiano qui davanti, un po' spero in un "big splash" come quello di ieri, un po' ripiompo nel traffico che è come riflesso e che, per quanto mi sia abituato, non riesco mai ad indovinare da che parte la prossima auto prenderà la rotonda proprio qui sotto.
Sta di fatto che stiamo qui stravaccati su divano sotto la vetrata ad aspettare non so che.

Insomma, proprio una bella "accomodation".

Devo dire che, anche se il tizio gaio spedito qui ieri dal padrone di casa non è riuscito a risolvere il problema del WI-FI (anzi l'ha peggiorato) solo il fatto che sia venuto assieme all'idraulico (che ha sistemato il rubinetto e non costruite improbabili amplessi su questa frase) qualifica questo posto a Bondi Beach tra i migliori in assoluto.

Oggi poi, anche più del solito, temporeggiamo in una colazione lenta, strascinata e variegata, in attesa di raggiungere il Circular Quai, il quartiere degli ormeggi di Sydney, praticamente attaccato alla maestosa Opera House che vogliamo visitare un pochino meglio dell'altro ieri.

Arriviamo al molo col 380, percorrendo tutta la città e risalendo in gran parte il percorso che domenica verrà seguito da 80.000 podisti (un incubo l'ha definito Dale, il tecnico fallito...) che parteciperanno alla City 2 Surf, la corsa podistica (competitiva e non) di 14 km che, partendo dal centro di Sydney, completa il suo tragitto proprio qui sotto al Pavillon di Bondi Beach.





Oggi è una giornata stupenda. Il sole è forte e caldo e, quando sei esposto, si riesce a stare anche in maglietta.









Tentenniamo un pochino nell'atrio del complesso indecisi se buttarci nella visita guidata che è il solo modo per visitare i teatri all'interno.
Il più deciso a farlo è Alberto che, alla fine convince tutti e ci iscrive alla visita guidata delle 13.

L'esordio del tour non è dei migliori, perché una hostess molto decisa nei modi ci schiera contro una parete verde per farci una foto-famiglia (chi è single la fa da solo...) che poi sovrappongono a vari sfondi e impacchettano in un album anche ben fatto, ma che, a fine visita, ci rifiutiamo di comprare (in realtà un po' ci siamo pentiti. La turistata completa avrebbe valso anche i 40 $ del libretto di foto finte...).

Il passo successivo è l'arrivo delle cuffie da giapponese in gita che una signora sulla cinquantina che sembra scappata dalle scene di una commedia, ci impone per seguire le sue gesticolanti spiegazioni al confine tra melodramma e commedia comica. 



E' qui che scatta l'hastag #albistaseracelapaghi!
Ci guardiamo l'un con l'altro per vedere se i nostri occhi stanno assumendo la forma a mandorla che le macchinette fotografiche al collo ce l'abbiamo già...

E, invece, l'esperienza è entusiasmante.

Un paio di filmetti, ci spiegano l'origine di questa opera maestosa, diventata nel 2007 patrimonio dell'Unesco.

Tra i mille progetti convenzionali proposti al concorso internazionale indetto negli anni '50, la visione avverinistica di un architetto danese, Horvud, mai stato a Sydney, venne ripescata e divenne il progetto ufficiale.




All'inizio sembrò un'impresa fattibile in 3 anni con una spesa di 7 milioni di dollari.
Poi, la differenza tra l'idea geniale, ma un po' astratta dell'architetto e la realtà, molto più  prosaica e concreta dell'ingegnere, portò i lavori a durare 16 anni e il costo a lievitare a più di 100 milioni di dollari di allora (che equivalgono a quasi un miliardo di oggi).

Le difficoltà di costruire e sostenere delle forme così ardite, furono superate forgiando il cemento in forme insolite che si possono bene osservare dall'interno e che sbalordiscono per l'ingegnosa e rigorosa stranezza.

I teatri, ne abbiamo visto i tre maggiori, sono poi un capolavoro di prospettive. Da ogni punto puoi vederne ogni altro anche se di fronte ed a fianco hai seduto il gigante col testone di Henry Potter.

Insomma, bravo Alberto che hai insistito ( e un pochino, bravo anch'io che ho trascinato gli altri in questa assolutamente meritevole turistata).

Il resto della giornata ci proietta a Manly Beach, la seconda spiaggia più famosa di Sydney. Si dice che sia più frequentata da locali e quindi un po' più vera.




In realtà, il suo The Corso, la via principale piena di negozi di Billabong e simili, attira un sacco di turisti che Bondi Beach, al confronto, sembra deserta.


A cavallo delle onde affacciate sulla sua lunga spiaggia, il solito nugolo di surfisti offre a Luca il pretesto per rimpiangere un'ultima surfata che però viene ben presto dimenticata in favore di un paio di scarpe e di una felpa nuove.

Quando ci ritroviamo con Alberto che aveva deciso per un meno mondano giro in città a caccia però di mondanissimi souvenirs, il richiamo di una casa così bella come la nostra sconfigge 107 a 43 (il punteggio indecoroso della partita di football australiano vista ieri alla tv tra i Brisbane Lions e qualcun altro)l'originario piano di cenare fuori in uno dei tanti posti lungo il molo con vista Opera House.

E così, riportati a casa dal solito 380, facciamo una veloce spesa e consumiamo (con un veloce e positivissimo bilancio) l'ultima cena tutti assieme.

Domani ci separiamo.

Noi quattro prendiamo la strada sulla costa verso Melbourne.
Alberto si ferma ancora un giorno qui ( al tempo delle prenotazioni avevo sbagliato qualcosa) per poi rimbalzare a Melbourne verso Uluru che lui vuole tornare a Verona qualche giorno prima.






giovedì 6 agosto 2015

Siete forse dei falliti?

Mentre aspettiamo l’idraulico, facciamo una colazione molto più sobria delle altre (alla lunga uova e pancetta, salmone, pancakes e frutta, succhi e caffé. possono fiaccare anche gli stomaci più forti).

Mordicchiando una pesca californiana (13 dollari al chilo) lascio che il mio sguardo si perda attraverso la  vetrata del soggiorno lungo la linea d’orizzonte della baia.
Nello spiazzo verde, proprio sotto la nostra casa, di là della strada che puoi attraversare solo a tuo rischio e pericolo perché, non so perché , ma qui in Australia le strisce ed i semafori pedonali sono sempre stati un problema (non ce ne sono o  durano pochissimo) stanno montando decine di cabine di cessi chimici.

Serviranno a tamponare i bisogni delle migliaia di persone che da sabato affolleranno la baia per il City 2 Surf, un evento che , per fortuna, evitiamo per un soffio partendo giusto il giorno prima.

In primo piano, i due ragazzi si preparano a surfare approfittando della bella giornata (che qui dentro sembra caldissima, ma fuori è gelida) quando laggiù in fondo, a metà strada verso l’orizzonte, una balena alza un gigantesco schizzo d’acqua esibendosi in un “big splash”, uno di quei tuffi carpiati alla Fosbourne che vedi spesso nelle cartoline.



E’ talmente forte la sorpresa che non riesco neanche ad avvisare subito gli altri. Quando lo faccio rimane solo il residuo dello schizzo e un piccolo sbuffo di risulta che il grande cetaceo ci consegna come saluto.

Dopo averle viste dalla barca e dalla spiaggia, avvistarle anche dal soggiorno di casa è un regalo che vale tutta la vacanza (e anche il prezzo di questo appartamento che, un’altra volta ancora, è di molto inferiore al più scarso dei Garni sud-tirolesi, per non dire di un loculo in albergo a Milano).

Un sole caldo e quasi estivo riscalda la stanza attraverso le vetrate ma in riva al mare il vento è gelido e ben presto i due intrepidi surfisti si ritirano sconfitti, o quasi.
In realtà, il solo fatto di aver avuto la forza ed il coraggio di raggiungere la zona di galleggiamento dove stazionano i professionisti di questo sport, superando delle onde altissime e travolgenti è un gran risultato.

Quelli bravi (e ce ne sono) compiono prodezze ammirabili, piroettando sulla cresta dell'onda, senza mai cadere. 




Quando, impietosito, vado incontro ai due emuli forestieri, li prendo un poco in giro citando mio papà con una frase che, ogni tanto, mi ritorna in mente: “siete forse dei falliti?”.  Ma in realtà penso che sono stati anche troppo bravi a sfidare questa aria gelida, per non dire poi dell’acqua che dev’essere un ghiacciolo.




Alle 10.30 in punto, il plumber, l’idraulico, arriva e sistema in un battibaleno i due rubinetti. Poi accetta la mia offerta di un caffè e ci racconta, con un accento incomprensibile, di quanto freddo sia questo inverno per loro (!) e del fatto che le balene (gli ho raccontato del mio avvistamento) stiano sempre di più tornando nella baia, dopo che è stato sistemato un depuratore che ha eliminato diverse fonti di inquinamento.

Oggi va di cazzeggio rilassato. Un giretto tra i negozi, una passeggiata in spiaggia, l’acquisto di un po’ di pesce locale per una pasta allo scoglio (il famoso barramundi, dei gamberi e delle ostriche) perché nel pomeriggio forse arriva un tecnico a sistemare il WI-FI. 


Nel negozio dove i ragazzi affittano il surf c’è ancora il ragazzo che si era pisciato addosso dal ridere, assieme, a me quando Enrico e Luca avevano indossato la muta storta per ben due volte! (vedi http://itredonisiinaustralia.blogspot.it/2013/10/laltra-faccia-di-sydney-30-ottobre.html). 


Alle 3, puntuale come l’idraulico, arriva infatti un gaio ragazzone che, dopo aver smadonnato un paio d’ore, si arrende e ci lascia in preda ad una disperazione da naufraghi senza speranza.

Il rimedio è il bivacco dei ragazzi, tra un hot-spot e l’altro fino all’ora di cena che, finalmente, prevede un pasto sano: passato di verdure con zucca e patata rossa dolce. 


La cena vola via accompagnata dalla scena dell’arresto, proprio qui sotto, di un povero ubriacone, quasi del tutto innocuo era solamente interessato a convincere i numerosi poliziotti accorsi delle sue teorie sul calore dei buchi neri.

Saranno le giornate corte, sarà il fatto che la sfasatura di orario con l’Italia ti dà la sensazione di aver già finito quando ancora deve iniziare, ma il tempo è volato anche oggi, leggero e dolce, come le nuvole che sfilano nel tramonto di questa sera.